Due laboratori misurano lo stesso pannello verniciato e dichiarano due colori diversi. Nessuno dei due strumenti è guasto: il primo ha lavorato con geometria 45/0 e illuminante D65, il secondo con sfera integratrice e componente speculare inclusa. Il pannello è sempre quello, ma le due terne di coordinate non sono confrontabili e la contestazione con il cliente nasce da lì. Lo stesso accade quando un livello sonoro rilevato a un metro dalla macchina viene messo accanto a uno rilevato in postazione operatore, o quando un illuminamento misurato sul pavimento viene confrontato con un requisito riferito al piano di lavoro.
Sapere come scegliere il metodo per misure elettriche, ottiche e acustiche significa quindi decidere prima di tutto in quali condizioni il valore verrà preso, perché è questa — e non la qualità dello strumento — a rendere due numeri confrontabili oppure incommensurabili. È l’area più eterogenea dei controlli industriali: grandezze elettriche, fotometriche, colorimetriche e acustiche non condividono né unità né principio fisico.
Le accomuna però un solo tratto, decisivo: il numero prodotto è sempre il risultato di una convenzione dichiarata. Le pagine seguenti non ripercorrono l’esecuzione delle singole misure, che ha già i suoi approfondimenti, ma la catena di decisioni tecniche che viene prima: quali condizioni fissare, quando basta una differenza al posto di un valore assoluto, quale classe di strumento serve davvero e come si dirime un disaccordo fra due rilievi.

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Illuminante, geometria e ponderazione: che cosa va fissato prima di accendere lo strumento
La prima cosa da stabilire non è lo strumento, ma la terna di condizioni che il risultato dovrà portare con sé. Per il colore sono illuminante, osservatore e geometria di misura, definiti dalla serie UNI EN ISO 11664; per la brillantezza è l’angolo di misura previsto dalla UNI EN ISO 2813, che a 20, 60 o 85 gradi restituisce numeri fra loro non traducibili. Per l’acustica sono la ponderazione in frequenza, la costante di tempo e il punto di rilievo; per l’illuminazione è il piano di riferimento su cui la UNI EN 12464-1 ancora i requisiti dei luoghi di lavoro.
Per una resistenza di isolamento è la tensione di prova applicata, che cambia il valore letto sullo stesso avvolgimento. La domanda operativa è secca: la norma o il capitolato prescrivono già queste condizioni, oppure vanno concordate e messe per iscritto? Se restano implicite, ogni discussione successiva sul valore è senza appigli. Solo dopo averle fissate ha senso chiedersi quale grandezza risponde davvero alla decisione da prendere e da quale posizione il pezzo o l’ambiente sono accessibili.
Perché le condizioni dichiarate decidono come scegliere lo strumento e il metodo per le misure elettriche, ottiche e acustiche
Il vincolo che decide da solo, in quest’area, è l’insieme delle condizioni dichiarate insieme al valore. Un dato colorimetrico senza illuminante e geometria, un livello sonoro senza ponderazione e distanza, un illuminamento senza piano e senza contributo di luce naturale non sono dati imprecisi: sono dati privi di significato, e nessun aumento di accuratezza li recupera. La conseguenza pratica è controintuitiva. Quando le condizioni sono definite in modo stringente, lo spazio di scelta si restringe da sé e buona parte dell’analisi successiva diventa superflua: un requisito espresso in 60 gradi impone il glossmetro a 60 gradi, non uno migliore.
Quando invece le condizioni sono libere, la scelta si sposta interamente sulla ripetibilità: conta che il rilievo successivo avvenga nelle stesse condizioni del precedente, non che sia il più accurato possibile.
Valore assoluto o differenza fra campioni: che cosa costa la classe dello strumento
Fissate le condizioni, resta il compromesso più ricorrente: serve un valore assoluto o basta una differenza? Il confronto fra un campione e un riferimento tollera uno strumento meno accurato, purché stabile e usato nella stessa configurazione, perché gli errori sistematici si elidono fra le due letture. Una dichiarazione assoluta, destinata a un rapporto o a un capitolato, non gode di questo sconto e richiede riferibilità, taratura documentata e incertezza dichiarata.
Lo stesso arbitrato riguarda la classe dello strumento: la UNI EN 61672 distingue i fonometri di classe 1 e classe 2 e la differenza non è solo di tolleranza, ma di campo di impiego ammesso. Sul fronte elettrico il compromesso cambia natura: la UNI EN 61010 lega la categoria di misura al punto dell’impianto in cui si lavora, e questa è una condizione di ammissibilità dello strumento, non un parametro di prestazione da negoziare. Infine la stabilità del fenomeno decide fra lettura puntuale, media temporale e registrazione continua: su una grandezza fluttuante il valore istantaneo è rapido e sostanzialmente inutilizzabile.
Due numeri diversi sullo stesso pezzo: condizioni di prova, taratura o categoria di misura
Quando due rilievi non concordano, la sequenza di verifica è sempre la stessa e comincia dal basso. Prima si confrontano le condizioni: geometria e illuminante nel caso del colore, angolo per la brillantezza, ponderazione e posizione per il rumore, piano e orientamento del sensore per l’illuminamento, tensione di prova per l’isolamento. Nella grande maggioranza dei casi il disaccordo si spiega già qui e nessuno dei due strumenti è in difetto.
Solo se le condizioni coincidono ha senso passare allo strumento: classe dichiarata, data e riferibilità dell’ultima taratura, verifica con il calibratore acustico o con il campione di riferimento colorimetrico. Su chi faccia fede la risposta non è tecnica ma preventiva: fa fede il metodo concordato prima, con le sue condizioni scritte. Se non è stato concordato, l’unica via ragionevole è ripetere la misura in contraddittorio dopo aver definito ciò che mancava, invece di discutere due numeri orfani delle proprie condizioni.
Nuovo pigmento, nuova tolleranza, nuovo quadro: quando la scelta va rifatta
La scelta non è definitiva. Va rimessa in discussione quando cambia la formulazione di una vernice o il pigmento, perché una metallizzazione o un effetto perlato rende inadeguata una geometria che prima bastava; quando cambia il layout della linea e con esso la posizione dei punti di rilievo acustico; quando una tolleranza si stringe al punto che l’incertezza dello strumento in uso occupa una quota inaccettabile della fascia; quando si passa da un uso interno a una dichiarazione verso terzi; e quando l’intervento su un quadro sposta il punto di lavoro in una categoria di misura diversa da quella prevista.
Se la domanda aperta riguarda invece l’esecuzione, gli approfondimenti dell’area rispondono uno per uno. Per capire come si imposta un rilievo di grandezze elettriche di base c’è Tensione, corrente e resistenza: la procedura di misura in sicurezza. Chi deve stabilire su quale piano e in quanti punti rilevare la luce trova la risposta in Illuminamento e luminanza.
Per il caso da cui siamo partiti, cioè due terne cromatiche che non coincidono, il percorso operativo è descritto in Colore e differenze cromatiche: la procedura di misura strumentale; e per sapere come si organizza un rilievo su una macchina in funzione c’è Rumore e pressione sonora.
Il quadro d’insieme delle grandezze trattate qui, con tutti i controlli collegati, è raccolto nella pagina Misure elettriche, ottiche e acustiche.
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