Il colore è spesso la prima caratteristica che il cliente valuta e una di quelle che genera più contestazioni, perché il giudizio a occhio dipende dalla luce dell’ambiente, dalla superficie di appoggio, dall’esperienza e dalla stanchezza di chi guarda. Sapere come misurare colore e differenze cromatiche significa sostituire un parere soggettivo con un numero verificabile, ripetibile nel tempo e trasferibile lungo tutta la filiera, dal fornitore della materia prima al collaudo finale.
Lo strumento di riferimento è il colorimetro o lo spettrofotometro da superficie: illumina il campione in condizioni note, raccoglie la luce riflessa e la converte in coordinate cromatiche. Il risultato non è un’etichetta come «beige chiaro», ma una terna di numeri nello spazio CIELAB, definito dalla ISO 11664-4, che descrive la posizione del colore su tre assi. Da quella terna si ricava la differenza rispetto a un campione standard concordato.
La procedura che segue copre l’intero arco operativo: come si prepara il campione e si stabilizza lo strumento, quali condizioni di misura vanno scelte e dichiarate insieme al risultato, quanti rilievi servono e dove eseguirli, come si legge il dato e come si fissa un criterio di accettazione, infine come si registra lo standard di riferimento e si verifica periodicamente la strumentazione. Sono passaggi semplici, ma è la loro coerenza nel tempo a rendere confrontabili misure fatte in stabilimenti e in anni diversi.

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Preparazione del campione e dello strumento
Il campione va portato in condizioni note prima di qualsiasi lettura: superficie pulita, asciutta, priva di impronte e di residui di lavorazione, appoggiata su un piano rigido in modo che resti perfettamente adesa alla finestra di misura. Dietro il campione occorre un fondo opaco, perché una parte della luce che attraversa il materiale può tornare indietro e falsare il dato. Per i materiali traslucidi, tessuti leggeri, film e carte comprese, la ISO 7724 prevede la lettura su fondo standard bianco e su fondo nero, così da rendere evidente il contributo della trasmissione. Lo strumento va acceso in anticipo e lasciato stabilizzare termicamente, quindi tarato sul riferimento bianco fornito dal costruttore e sulla trappola di luce, che rappresenta lo zero di riflettanza.
Come misurare colore e differenze cromatiche: le condizioni da fissare
Un risultato colorimetrico ha senso solo se accompagnato dalle condizioni con cui è stato ottenuto. La prima è la geometria ottica: 45°/0°, che esclude di fatto il riflesso diretto ed è vicina al modo in cui l’occhio osserva un oggetto opaco, oppure sfera integratrice, che si usa con componente speculare inclusa o esclusa a seconda che si voglia pesare o meno l’effetto della finitura superficiale. La seconda è l’illuminante di calcolo, tipicamente D65 per la luce diurna, A per l’illuminazione a incandescenza, F11 per la luce fluorescente da negozio; confrontare due letture con illuminanti diversi non ha alcun significato. Va poi dichiarato l’osservatore standard, 2° oppure 10° secondo la ISO 11664-2, e scelta un’apertura di misura abbastanza ampia da mediare la trama del campione.
Esecuzione dei rilievi: quanti punti e in quale orientamento
Una singola lettura descrive un punto, non un lotto. La regola operativa è eseguire più rilievi in posizioni diverse della superficie e calcolarne la media, aumentando il numero di punti quando il materiale non è uniforme o presenta zone di flusso, giunzioni, variazioni di spessore. Sui materiali direzionali, come tessuti, velluti, laminati spazzolati e vernici metallizzate, la lettura cambia con l’orientamento: si ripete la misura ruotando il campione di 90° e si media, altrimenti il dato dipende da come il pezzo è stato appoggiato. Conviene ripetere la sequenza su più campioni dello stesso lotto per stimare la dispersione reale della produzione, e non solo lo scostamento del singolo pezzo scelto. Le posizioni di misura vanno descritte nel metodo interno, non lasciate all’operatore.
Coordinate CIELAB, ΔE e criterio di accettazione
Il risultato si legge in coordinate CIELAB L*a*b*: L* indica la chiarezza, a* lo spostamento fra verde e rosso, b* quello fra blu e giallo. Rispetto allo standard di riferimento si calcola la differenza di colore ΔE, secondo le formule richiamate dalla ASTM D2244, che sintetizza in un solo valore la distanza fra i due colori. Il numero complessivo però non basta: vanno sempre esaminate anche ΔL*, Δa* e Δb*, perché indicano in quale direzione si sposta lo scarto e quindi dove intervenire, se sul dosaggio di un pigmento o sul carico di bianco. Il criterio di accettazione si formalizza come tolleranza ΔE concordata con il cliente, integrata da limiti sulle singole componenti quando una deriva direzionale è particolarmente visibile.
Registrazione dello standard e verifica periodica
Ogni valutazione cromatica si regge sullo standard di riferimento: va identificato con un codice, conservato al riparo da luce e umidità e sostituito quando ingiallisce o si sporca, perché un riferimento degradato sposta silenziosamente l’intero controllo. Nel rapporto di prova si registrano lo standard usato, geometria, illuminante e osservatore, l’apertura, il numero e la posizione dei rilievi, i valori L*a*b* e il ΔE. Per le valutazioni di solidità del colore su tessili la ISO 105-J03 fornisce la base di calcolo comunemente richiesta nei capitolati.
Lo strumento va verificato a intervalli definiti con piastrelle ceramiche certificate, confrontando i valori letti con quelli del certificato e registrando lo scostamento, così da intercettare la deriva prima che invalidi le misure. Per approfondire i criteri di scelta e i parametri di questa famiglia di controlli si può consultare la pagina dedicata a colore e differenze cromatiche.
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