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Filiera dei metalli: quali controlli chiede il capitolato e come si documentano

Acciaieria veduta aerea

Nella filiera dei metalli il documento che accompagna il materiale cambia valore a seconda di chi lo firma. Che cosa distingue un attestato su base non specifica da un certificato 3.1 o 3.2, quali clausole di capitolato restano ambigue e come si dirime una contestazione sul valore misurato.

La telefonata arriva a materiale già caricato: il cliente chiede il certificato 3.2 e in commessa ne era previsto uno 3.1. Sembra una sfumatura di numerazione, e invece cambia chi firma, quali prove vanno rifatte e con quale anticipo si sarebbe dovuto avvisare un ispettore esterno. Nella filiera dei metalli quasi tutte le contestazioni serie nascono così: non da un valore sbagliato, ma da un documento di classe diversa da quella che l’altra parte immaginava.

I controlli richiesti dal capitolato in metallurgia non si esauriscono nell’elenco delle prove: comprendono la forma in cui il risultato viene dichiarato e la figura che se ne assume la paternità. La UNI EN 10204 mette ordine proprio lì, distinguendo l’attestato rilasciato su base non specifica dal certificato che riporta i risultati ottenuti sulla colata effettivamente fornita, e quest’ultimo dal certificato validato da un ispettore indipendente dal reparto di produzione.

Questo articolo guarda fuori dallo stabilimento. Non descrive come si esegue una trazione o come si legge un profilo di rugosità: descrive che cosa la controparte pretende di poter leggere, dove il testo contrattuale lascia spazio a due letture entrambe difendibili, e che cosa accade quando la sua contromisura non coincide con la nostra. È il livello in cui si decide se un numero corretto sarà anche un numero accettato.

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Il documento di controllo EN 10204 si sceglie prima di colare l’acciaio

Nella filiera dei metalli l’obbligo di controllare non arriva mai da una sola fonte. C’è il capitolato tecnico, che descrive materiale e prestazioni; c’è la specifica di prodotto del cliente, spesso più vecchia del capitolato e mai riallineata; c’è il testo dell’ordine commerciale, che qualcuno ha compilato guardando l’offerta e non l’allegato tecnico; e c’è talvolta un ente terzo indicato dal committente finale.

Quando queste fonti dicono cose diverse, la divergenza più costosa non riguarda i valori ma la classe del documento. Un attestato di conformità su base non specifica dichiara che la fornitura risponde alle prescrizioni d’ordine senza riportare i risultati della colata; un certificato 3.1 riporta quei risultati e li attribuisce a un responsabile del controllo indipendente dalla produzione; un 3.2 richiede in più la validazione di un ispettore dell’acquirente o di un organismo esterno.

La differenza si paga in tempi, non solo in denaro: il 3.2 presuppone che qualcuno sia presente al prelievo. Se lo si scopre a colata fatta, il saggio andrà ripreso e la sequenza ricomincia. Per questo la classe del documento va congelata insieme alla conferma d’ordine.

Che cosa cambia in metallurgia quando i controlli richiesti nascono dal capitolato

Quello che la controparte vuole verificare non è quasi mai il numero in sé. Vuole poter risalire dal numero al pezzo che ha in mano. Significa che un valore di carico unitario di rottura dichiarato secondo la UNI EN ISO 6892 deve essere collegabile a un numero di colata, quel numero deve comparire sulla marcatura del semilavorato, e la marcatura deve sopravvivere al taglio e alla movimentazione.

La distanza fra «abbiamo controllato» e «possiamo dimostrarlo» si misura esattamente qui. Nel primo caso esiste un rilievo interno, magari corretto e ripetuto più volte del necessario; nel secondo esiste una catena leggibile da un estraneo, che parte dall’identificativo del lotto e arriva allo strumento con cui si è misurato e alla sua verifica periodica.

Chi riceve acciaio zincato a caldo chiederà qualcosa di analogo sul rivestimento: non un valore medio generico, ma spessori riferiti a superfici di riferimento e a un lotto identificato, secondo l’impianto della UNI EN ISO 1461. Un’affermazione sostenuta è sempre un’affermazione riferita a un oggetto identificato e a un metodo dichiarato.

Rugosità senza cut-off, spessore senza minimo: le clausole che non dicono abbastanza

Alcune formulazioni ricorrono in quasi tutti i capitolati del settore e sembrano complete solo finché nessuno le contesta. «Superficie con rugosità massima Ra 3,2» non dice la lunghezza di valutazione né il cut-off adottato secondo la UNI EN ISO 4287, e non dice in quale direzione rispetto alle tracce di lavorazione va rilevata: sulla stessa fresata si ottengono valori diversi e tutti difendibili.

«Spessore minimo 8 mm» lascia aperta la domanda più pesante: minimo locale in ogni punto, oppure media di un certo numero di rilievi su una maglia concordata? Su lamiere e coils la seconda lettura assorbe la tolleranza di laminazione, la prima la trasforma in scarto. «Durezza 200 HB» senza scala e senza carico dichiarato consente conversioni fra scale che introducono uno scarto proprio, indipendente dalla bontà della misura.

Sono tutte cose che si chiariscono in fase di riesame dell’offerta, con una richiesta scritta e una risposta scritta.

Quando la durezza del cliente non torna con la nostra: riprova e terzo dirimente

La contestazione tipica non nasce da un pezzo palesemente fuori tolleranza: nasce da due misure vicine che cadono ai due lati del limite. Il ricevente rileva 197 HB dove noi abbiamo scritto 203, oppure legge uno spessore di rivestimento inferiore perché ha misurato in prossimità di uno spigolo. Nessuno dei due sta barando, e nessuno dei due numeri è da solo sufficiente.

Rende opponibile il nostro dato la possibilità di ricostruire le condizioni in cui è stato prodotto: quale strumento, quando verificato e con quale riferimento, su quale punto del pezzo, con quale preparazione della superficie e con quanti rilievi. Un dato con questo corredo regge il confronto anche quando l’altro è diverso; un dato nudo cede sempre, perché non c’è niente da confrontare tranne l’autorevolezza di chi lo ha scritto.

Da qui l’utilità di prevedere in anticipo il laboratorio terzo dirimente e il criterio con cui il suo esito viene assunto, insieme alla regola su chi sostiene il costo della riprova a seconda del risultato. Sono clausole che si scrivono a freddo, quando ancora nessuna delle due parti sa da che parte finirà il valore.

Che cosa segue la lamiera dopo la spedizione, e per quanto tempo

Con il materiale viaggia un fascicolo che, in genere, contiene il documento di controllo della classe pattuita, i riferimenti di colata e lotto, i rapporti delle prove eseguite e le dichiarazioni relative a eventuali rivestimenti o trattamenti. La conservazione di quelle evidenze è il vero orizzonte temporale della fornitura: una richiesta di riesame può arrivare molto dopo, quando il pezzo è già installato e nessuno ricorda più nulla a memoria.

Se la domanda che vi arriva riguarda come si preleva un saggio e come si arriva dal numero di colata al certificato, la risposta operativa sta nel nostro approfondimento sulle prove di trazione sui campioni in acciaieria. Se invece riguarda che cosa significhi nel merito tecnico una finitura dichiarata contrattuale, il riferimento è la pagina su rugosità e finitura delle superfici metalliche.

Quando la contestazione tocca lo spessore del deposito e non il substrato, conviene partire dal materiale dedicato ai rivestimenti zincati e stagnati; se invece il punto in discussione è la maglia di rilievo su prodotti piani, la trattazione specifica è nella pagina sullo spessore di lamiere e coils.

Il quadro completo dei controlli che attraversano questa filiera, dal semilavorato al prodotto finito, è raccolto nella pagina dedicata a metallurgia e siderurgia, utile come mappa quando si deve capire quale evidenza chiedere e a chi.

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