Sul banco c’è un risultato di prova e sopra un lotto fermo in attesa. Il responsabile deve dire se quel lotto prosegue oppure no, e il numero da solo non basta: bisogna sapere chi ha chiesto quella prova, su quanti campioni, con quale strumento e con quale margine di dubbio. È questa la differenza fra un dato e un’evidenza, ed è il motivo per cui un piano di controllo prove di laboratorio esiste come documento e non come abitudine.
Nelle aree di questo sito i singoli pezzi sono già descritti: come si imposta la verifica in ingresso, come si legge una carta di controllo, come si tiene in ordine il parco misure, come si progetta una prova di invecchiamento. Quello che manca, e che si paga quando un cliente contesta un rapporto, è il tessuto che li tiene insieme: l’origine della richiesta, la numerosità del campione, il legame fra risultato e decisione sul lotto, la firma e la conservazione.
Qui si guarda il laboratorio da quel punto di vista. Non che cosa si misura, ma perché proprio quella caratteristica, su quanti pezzi, con quale rischio dichiarato, e che cosa rimane scritto quando qualcuno, sei mesi dopo, chiederà di rivedere il fascicolo. Il riferimento di impianto resta la UNI CEI EN ISO/IEC 17025 per la competenza dei laboratori di prova, letta insieme alla UNI EN ISO 9001 per il controllo dei processi.

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Che cosa si decide davvero con una prova di laboratorio
Una prova non nasce in laboratorio: nasce a monte, nel momento in cui qualcuno stabilisce che una certa caratteristica non può essere data per buona. Le origini legittime sono poche e vanno riconosciute per nome: una specifica tecnica di prodotto, un capitolato di fornitura, un requisito interno di processo, lo storico dei difetti su quella famiglia, un reclamo che ha reso critica una caratteristica prima trascurata. Ognuna di queste origini porta con sé un peso diverso.
Distinguere l’origine cambia tutto il seguito. Una prova richiesta dal capitolato ha un criterio già scritto e nessun margine di trattativa; una prova nata da uno storico di difetti ha un criterio che il laboratorio deve proporre e far approvare; una prova nata da un reclamo è per definizione temporanea e va rivista quando la causa è chiusa. Un piano che non registra da dove viene ogni riga si riempie negli anni di prove che nessuno sa più perché si fanno, e che nessuno osa togliere.
Quanti campioni, e perché proprio quel numero
Il salto più costoso è quello fra «abbiamo provato un pezzo» e un piano di campionamento. Provare un pezzo risponde a una curiosità; provarne un numero deciso in anticipo risponde a una domanda sul lotto. La numerosità non si sceglie per comodità di banco: dipende dalla dimensione del lotto, dalla gravità della caratteristica e soprattutto dal rischio che si accetta di correre, cioè dalla probabilità di lasciar passare materiale non conforme o di respingere materiale buono.
La UNI ISO 2859 per il campionamento per attributi è il riferimento più comune quando l’esito è passa/non passa, e il suo valore pratico sta nel rendere esplicito quel rischio: un livello di qualità accettabile dichiarato, una dimensione del campione e un numero di accettazione che ne discendono. Vanno decisi anche il momento del prelievo, il punto della produzione da cui si preleva e chi materialmente lo esegue. Un campione prelevato dal fondo del bancale, o scelto dall’operatore che ha prodotto il pezzo, invalida un piano perfetto sulla carta.
Su quale riferimento si dichiara conforme un risultato
Il criterio di accettazione non appartiene al laboratorio: appartiene al documento che lo stabilisce. Può essere il capitolato del cliente, la norma di prodotto, la specifica interna nata dall’esperienza di processo. Capita spesso che sullo stesso dato convivano due soglie diverse, e non è un errore da sanare: la soglia interna è di solito più stretta, perché serve a intercettare la deriva prima che arrivi al limite contrattuale, mentre la soglia di capitolato è quella su cui si accetta o si respinge il lotto.
Il confronto fra risultato e soglia va fatto tenendo conto dell’incertezza di misura, secondo l’impostazione della guida ISO/IEC 98-3, e la regola decisionale va concordata prima: se un valore cade dentro la fascia di incertezza a cavallo del limite, il piano deve dire in anticipo se si dichiara conforme, non conforme o non concludente. Deciderlo dopo aver visto il numero è la prima cosa che una contestazione mette in discussione, e la più difficile da difendere.
Quando il risultato non passa e quando qualcuno lo contesta
La ripetizione della prova non è un diritto automatico. Si ripete quando c’è un motivo tecnico documentabile — un’anomalia dello strumento, un condizionamento non rispettato, un campione danneggiato nel prelievo — e la ripetizione va registrata insieme al motivo, non al posto del risultato precedente. Cancellare un dato scomodo è l’unico gesto che trasforma un laboratorio corretto in un laboratorio non credibile. Le strade legittime restano poche: estendere il controllo a un campione più ampio, respingere il lotto, cernere al cento per cento, oppure accettare in deroga con approvazione scritta di chi ne ha l’autorità.
Quando il risultato viene contestato dall’esterno, la difesa non si improvvisa: si regge su riferibilità dello strumento a campioni riconosciuti, nella logica di conferma metrologica della UNI EN ISO 10012, su incertezza dichiarata nel rapporto, su tracciabilità del campione dal prelievo al banco e su una ripetibilità fra operatori diversi già verificata in precedenza. Se uno solo di questi quattro anelli manca, la discussione si sposta dal prodotto al laboratorio.
Chi firma, che cosa si conserva e il piano di controllo che tiene insieme le prove di laboratorio
Ogni riga del piano ha un esecutore e un approvatore, e non devono coincidere: chi esegue la prova firma il dato, chi ha autorità sul lotto firma la decisione. Il rapporto di prova conserva identificativo del campione, metodo applicato, strumento usato con il suo stato di conferma, condizioni ambientali quando incidono, risultato con incertezza e criterio confrontato. I tempi di conservazione si fissano sul più lungo fra vita attesa del prodotto e impegni verso il cliente, e si scrivono nel piano, non si decidono a posteriori quando lo scaffale è pieno.
Se la domanda è come si struttura la verifica del materiale che entra in stabilimento, il tema è trattato in Controllo in accettazione dei materiali. Se invece si vuole capire come un andamento di valori segnala una deriva prima che compaia il fuori tolleranza, il riferimento è Statistica di processo e carte di controllo.
Per la domanda su come si tiene ordinato e confermato l’insieme degli strumenti che producono quei numeri, si veda Gestione degli strumenti e delle tarature. E quando la caratteristica da verificare non è lo stato attuale ma il comportamento nel tempo, la costruzione della prova è descritta in Prove ambientali e di invecchiamento.
Il quadro completo dell’area, con tutti i controlli che possono entrare in un piano, si trova nella pagina Prove di laboratorio e controllo qualità.
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