Un rilievo illuminotecnico sembra la misura più semplice che si possa fare in stabilimento: si accende lo strumento, lo si appoggia sul piano e si legge un numero in lux. Proprio per questo è una delle misure più spesso sbagliate. Nella maggior parte dei casi il valore riportato a verbale non è falso perché lo strumento sia guasto, ma perché il metodo di rilievo introduce scostamenti che nessuno quantifica. Gli errori luxmetri e misura della luce più comuni producono differenze del venti o trenta per cento rispetto al valore reale, abbastanza da far dichiarare conforme un ambiente che non lo è, o da imporre un rifacimento dell’impianto che non serviva.
Il luxmetro misura l’illuminamento, cioè il flusso luminoso che incide su una superficie, espresso in lux. La grandezza è fotometrica, non radiometrica: pesa la radiazione secondo la sensibilità dell’occhio umano e dipende dall’angolo con cui la luce arriva sulla superficie. Da queste due proprietà discende quasi tutto ciò che può andare storto: la geometria del sensore e la sua risposta spettrale.
Le pagine che seguono raccolgono cinque errori ricorrenti, osservati in verifiche su uffici, reparti produttivi e magazzini. Per ciascuno si descrive che cosa si sbaglia in campo, perché il dato risulta falsato e come si evita, con riferimento alla EN 12464-1 per l’illuminazione dei posti di lavoro in interni e alla ISO/CIE 19476 per la classificazione e la verifica dei luxmetri.

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Errori luxmetri e misura della luce: la correzione del coseno
Il primo errore è usare un sensore privo di correzione del coseno, oppure appoggiarlo in modo non perpendicolare al piano di lavoro. L’illuminamento su una superficie varia con il coseno dell’angolo fra la direzione della luce e la normale al piano: un rivelatore piatto senza diffusore correttamente sagomato raccoglie la radiazione obliqua con un peso maggiore di quello fisicamente corretto e sovrastima il contributo delle sorgenti laterali e delle finestre. Lo stesso accade quando la testa di misura viene tenuta a mano inclinata di dieci o quindici gradi, cosa che avviene di continuo su piani inclinati e su scrivanie ingombre. Il valore letto non rappresenta più l’illuminamento reale sul piano di lavoro. Si evita scegliendo strumenti con correzione del coseno dichiarata secondo ISO/CIE 19476 e appoggiando la testa su un supporto stabile, complanare al piano da verificare.
Risposta spettrale del fotorivelatore e sorgenti a LED
Il secondo errore riguarda la corrispondenza fra la risposta del fotorivelatore e la curva di sensibilità dell’occhio umano in visione fotopica. Un rivelatore economico approssima quella curva con un filtro grossolano: su una sorgente a incandescenza, il cui spettro è continuo e regolare, l’approssimazione produce scarti contenuti, e non a caso molti strumenti in servizio sono stati tarati proprio su quel tipo di sorgente. Su sorgenti a LED, con picchi stretti nel blu e una banda di conversione nel giallo, lo stesso rivelatore pesa male porzioni intere dello spettro e l’errore diventa marcato. Il rischio è sistematico, non casuale: si ripete identico su tutte le misure dello stesso impianto. Si evita verificando la classe dello strumento e l’errore di adattamento spettrale dichiarato, che per le verifiche di conformità deve essere adeguato alle sorgenti effettivamente installate.
Ombre, riflessi e luce naturale non schermata
Il terzo errore è di gran lunga il più banale e il più frequente: l’operatore che si china sul sensore e ne proietta l’ombra, riducendo la lettura anche di parecchie decine di lux. Simmetrico e altrettanto insidioso è il riflesso di un camice o di abiti chiari, che rimanda luce verso il rivelatore e gonfia il valore. Il terzo elemento di disturbo è la luce naturale: se si sta verificando un impianto artificiale, il contributo delle finestre non appartiene alla misura e va escluso. Si evita allontanandosi dalla testa di misura durante la lettura, usando uno strumento con visualizzazione remota o memorizzazione, indossando abiti scuri e ripetendo il rilievo in assenza di luce diurna, tipicamente a impianto acceso dopo il tramonto, oppure con le schermature completamente chiuse.
Griglia di misura, numero di punti e stabilizzazione
Il quarto errore è metodologico. L’illuminamento medio non si ricava da qualche lettura fatta dove il tecnico si trova a passare, ma da una griglia di punti definita in funzione delle dimensioni e del rapporto d’aspetto del locale, come previsto dalla EN 12464-1 e dalla prassi descritta nella UNI 11142. Con pochi punti scelti a caso, tipicamente sotto gli apparecchi perché l’operatore vi si dirige spontaneamente, la media risulta ottimistica e l’uniformità non è nemmeno calcolabile. Al numero di punti si aggiunge il tempo: le sorgenti hanno bisogno di un intervallo di stabilizzazione dopo l’accensione, durante il quale flusso e temperatura di colore variano ancora. Si evita tracciando la griglia prima di iniziare, registrando ogni punto e attendendo la stabilizzazione dichiarata prima della prima lettura.
Confronto con il requisito sbagliato e taratura scaduta
Il quinto errore avviene a misura conclusa, sul foglio di calcolo. Il valore medio rilevato viene confrontato con un requisito che non è quello applicabile: l’illuminamento medio mantenuto, l’uniformità e il controllo dell’abbagliamento sono requisiti distinti, ciascuno con la propria soglia, e un ambiente può soddisfare il primo e non gli altri due. A questo si somma la condizione dello strumento: un luxmetro con taratura scaduta, o di classe inadeguata al tipo di verifica, non consente di dichiarare alcuna conformità, per quanto accurato sia stato il rilievo. Si evita identificando il compito visivo prima della misura, riportando in modo separato i tre requisiti e conservando il certificato di taratura in corso di validità insieme al verbale.
Per un quadro completo su principio di misura, classi di strumenti e criteri di scelta si può consultare la pagina dedicata a Luxmetri e misura della luce.
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