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Macchine di misura a coordinate e sistemi di visione: cinque errori che falsano la misura

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Un rapporto di misura può essere ordinato, ripetibile e completamente falso. Cinque errori ricorrenti sulle macchine di misura a coordinate e sui sistemi di visione: allineamento non conforme al disegno, stilo non riqualificato, punti insufficienti, filtri predefiniti e illuminazione variabile.

Il rapporto di misura arriva ordinato: quaranta quote, tutte dentro tolleranza, deviazioni di pochi micrometri, ripetibilità eccellente su tre pezzi consecutivi. Poi lo stesso particolare, in officina, non entra nella sede di montaggio. Il numero non era rumoroso, non era instabile e non aveva nulla di sospetto: era semplicemente riferito a qualcosa di diverso da ciò che il disegno prescrive. È la forma più insidiosa di errore, perché non si manifesta come dispersione ma come un valore pulito, coerente con sé stesso e falso.

Una macchina di misura a coordinate non misura il pezzo: misura la posizione di un tastatore rispetto a un sistema di riferimento costruito dall’operatore. Un sistema di visione non misura un bordo: misura dove il passaggio fra chiaro e scuro cade nell’immagine, con la luce di quel momento. Cambia il riferimento, cambia il risultato, mentre l’incertezza dichiarata dello strumento resta identica. Cinque errori macchine di misura a coordinate e sistemi di visione spiegano gran parte dei rapporti che nessuno riesce a smentire e che nessuno riesce a usare.

Nelle sezioni che seguono ciascun errore viene descritto come accade davvero: che cosa si fa in buona fede, quale numero ne esce e perché sembra giusto, da quale indizio ci si accorge del problema e che cosa conviene fare al suo posto. I riferimenti di metodo sono la UNI EN ISO 10360 per la verifica delle prestazioni delle macchine di misura a coordinate, la UNI EN ISO 1101 per le tolleranze geometriche, la UNI EN ISO 5459 per i riferimenti e i sistemi di riferimento e la UNI EN ISO 1 per la temperatura di riferimento di venti gradi Celsius.

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Errori che nascono dall’allineamento: le macchine di misura a coordinate e i sistemi di visione partono da riferimenti scelti male

Il primo gesto del ciclo è costruire il sistema di riferimento del pezzo. Si sceglie la superficie più ampia, la più comoda da tastare, quella che dà subito un allineamento stabile. Spesso non è il riferimento che il disegno indica. Il risultato è un rapporto internamente coerente: le quote sono corrette rispetto a quel sistema, si ripetono, e la deviazione standard è ottima. Nessun altro però usa quel sistema, e in officina il pezzo non passa mentre in sala metrologica passa. L’indizio tipico è la discussione che dura settimane senza che nessuno trovi un numero da contestare. La UNI EN ISO 5459 definisce come si costruiscono riferimenti, terne e sistemi di riferimento; la UNI EN ISO 1101 stabilisce a quali riferimenti ogni tolleranza geometrica è legata. Il rimedio è leggere il disegno prima di scrivere il programma: si allinea sulle superfici indicate, nell’ordine indicato, e se il pezzo non ne consente il bloccaggio si documenta lo scostamento invece di scegliere in autonomia una terna diversa.

Lo stilo qualificato una volta sola e il diametro efficace rimasto indietro

La qualifica dello stilo serve a determinare il diametro efficace della sfera e la posizione del suo centro rispetto alla testa. È un’operazione breve, e proprio per questo viene saltata quando la configurazione cambia in corsa: si aggiunge una prolunga, si sostituisce una sfera usurata, si ruota la testa su un angolo nuovo per raggiungere un foro interno. Il software continua a compensare con i valori precedenti. L’errore non appare come dispersione ma come uno scostamento costante sui diametri, dello stesso segno su tutti i fori misurati con quello stilo, e come una differenza sistematica fra elementi rilevati con angoli diversi. La regola operativa è una sola: ogni volta che qualcosa a valle della testa cambia, la qualifica si rifà sulla sfera di riferimento, e la data della qualifica si annota nel rapporto insieme alla configurazione usata.

Tre punti bastano per un cerchio, ed è esattamente questo il problema

Per definire matematicamente un cerchio bastano tre punti, per un piano ne bastano tre, per una retta due. Con il numero minimo il calcolo riesce sempre e riesce perfettamente: l’elemento passa esattamente per i punti rilevati, l’errore di forma risulta nullo per costruzione e il rapporto mostra una circolarità impeccabile. Ovalizzazione, poligonalità e lobatura non possono nemmeno comparire, perché non c’è ridondanza che le renda visibili. Si esce dall’errore aumentando i punti in funzione di ciò che si vuole vedere e distribuendoli su tutto l’elemento, non su un settore comodo, valutando la scansione dove il numero di punti serve davvero. Un elemento controllato solo in posizione e un elemento controllato in forma richiedono strategie di campionamento diverse: vanno dichiarate nel programma, non lasciate all’abitudine di chi lo ha scritto.

Filtri e scarto degli outlier lasciati come li ha impostati il software

Ogni pacchetto applica ai punti rilevati un filtro e una soglia di eliminazione dei valori anomali, con parametri predefiniti che nessuno ha scelto per quel pezzo. Il filtro toglie le componenti di alta frequenza, cioè proprio le irregolarità locali. Il punto rimosso perché anomalo è spesso il difetto che si stava cercando: un’ammaccatura, un truciolo, una bava sul bordo del foro. Il risultato è un profilo levigato e una forma migliore del pezzo reale, sempre nella stessa direzione. Ci si accorge del problema confrontando il numero di punti acquisiti con quelli effettivamente usati nel calcolo, dato che il software riporta ma quasi nessuno legge. La correzione consiste nel fissare filtro e criterio di scarto nel programma in modo esplicito, motivarli rispetto alla funzione del particolare e mantenerli invariati fra le sessioni, così che due rapporti siano confrontabili.

La luce cambia e la quota la segue: illuminazione non ripetibile nell’ispezione ottica

Nella misura per immagine il bordo non è una linea ma un gradiente: la soglia che separa il chiaro dallo scuro si sposta se cambiano angolo, intensità o tipo di illuminazione. Qualcuno alza l’anello a luce diffusa perché il contrasto sembrava debole, qualcun altro passa alla retroilluminazione per vedere meglio un profilo. Le quote seguono la luce, di poco e sempre nello stesso verso, e nel rapporto restano numeri credibili. L’indizio è il salto di livello che compare fra due serie di misure senza che il processo produttivo sia cambiato. Il rimedio è trattare l’illuminazione come parte del metodo: valori di ogni canale registrati nel programma, richiamati automaticamente con la ricetta, e ogni modifica annotata sul rapporto come si annota un cambio di stilo.

Sotto tutti e cinque i casi c’è la stessa condizione: la temperatura. La UNI EN ISO 1 fissa a venti gradi Celsius la temperatura di riferimento, e la UNI EN ISO 10360 definisce le prove con cui si verificano le prestazioni della macchina; entrambe presuppongono ambiente e pezzo stabilizzati. Un rapporto diventa utile quando accanto al valore riporta il sistema di riferimento, la configurazione del tastatore, la strategia di campionamento, i filtri e le condizioni di illuminazione. Per un quadro delle soluzioni disponibili si può consultare la pagina dedicata a macchine di misura a coordinate e sistemi di visione.

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