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Sensori di rotazione e vibrazione: che cosa il segnale non racconta

Motoriduttore elettrico a parete

Un livello di vibrazione stabile e in soglia può convivere con un difetto che cresce. Questo approfondimento descrive che cosa il segnale contiene davvero, dove il principio fisico non arriva affatto, che cosa lo degrada in silenzio e come si legge un numero rassicurante ma falso.

Su un riduttore di una linea di movimentazione il livello complessivo di vibrazione era rimasto per mesi dentro la soglia concordata, rilevato ogni quindici giorni nello stesso punto, con lo stesso sensore a magnete e lo stesso operatore. La rottura di un rullo di un cuscinetto è arrivata comunque, senza che nessuna delle letture precedenti fosse anomala. Rileggendo i dati non c’era alcun errore: il valore registrato era corretto e ripetibile, ma non conteneva l’informazione che si stava cercando.

È l’esperienza che porta a mettere a fuoco i limiti dei sensori di rotazione e vibrazione: non difetti di costruzione da correggere con uno strumento migliore, ma confini del principio fisico su cui quegli strumenti lavorano. Un accelerometro non osserva una macchina: converte in tensione l’accelerazione del punto a cui è vincolato. Un sensore di giri non conosce la coppia trasmessa: conta transizioni nel tempo. Tutto il resto — lo stato del cuscinetto, l’allineamento, lo squilibrio, l’usura di un ingranaggio — non viene misurato, viene dedotto.

Fra la grandezza rilevata e la conclusione che se ne trae si apre uno scarto, ed è in quello scarto che si annidano le sorprese. Le pagine dell’area spiegano come funzionano questi principi; qui si guarda l’altra metà: che cosa il segnale non può contenere e come si riconosce un numero rassicurante che non descrive più nulla. Le norme della serie UNI EN ISO 20816 e UNI EN ISO 13373 danno il quadro di valutazione e di monitoraggio; il confine del dominio, però, resta un fatto meccanico.

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Un accelerometro misura il punto in cui è incollato, non la macchina

La grandezza effettivamente rilevata è l’accelerazione di una piccola massa solidale alla superficie su cui il trasduttore è fissato. Nient’altro. Fra il rullo che si sfalda e quella superficie c’è un percorso meccanico fatto di anello esterno, sede, carcassa, flangia, bulloni e vernice: ogni interfaccia attenua, sfasa e filtra. Il segnale che arriva è ciò che è sopravvissuto al viaggio, non ciò che è partito. Lo stesso vale per la rotazione: un sensore di giri restituisce l’intervallo di tempo fra due transizioni di un fronte, e da quello si ricava una velocità media su quell’intervallo. La regolarità istantanea dell’albero, le microoscillazioni fra un dente e l’altro, la coppia che sta assorbendo il carico non sono nella misura: sono ipotesi costruite sopra la misura. Tenere distinti i due piani — il rilevato e il dedotto — è la premessa di ogni diagnosi onesta: ogni limite che segue nasce da qui.

Un difetto che non si muove: limiti dei sensori di vibrazione e di misura della rotazione

Esiste una classe intera di degradi che non genera moto, e per essa il principio non arriva affatto: nessuna variante costruttiva, nessuna banda più larga, nessuna sensibilità superiore la recupera. Una corrosione uniforme, un rivestimento che si assottiglia, un serraggio che perde precarico senza gioco, una fessura che non si apre sotto il carico di esercizio non producono energia meccanica alternata: non c’è un segnale debole da amplificare, non c’è nulla. C’è poi il confine della velocità: sotto un certo numero di giri l’energia liberata a ogni passaggio del difetto è talmente bassa da restare sepolta nel rumore di fondo della struttura, e ciò che manca non è risoluzione, è eccitazione. All’estremo opposto c’è il confine della banda passante del montaggio: oltre la frequenza di risonanza dell’accoppiamento le componenti alte non raggiungono nemmeno la massa sismica. Sono tre muri fisici, non tre difetti di strumento.

Il magnete appoggiato sulla vernice taglia le alte frequenze e non lo dice

La categoria più insidiosa non è l’assenza di segnale, è il segnale impoverito che continua ad avere l’aspetto di un segnale buono. Una base magnetica posata su uno strato di vernice spesso, su una superficie curva o leggermente ruvida introduce una cedevolezza che abbassa la frequenza di taglio dell’accoppiamento: le componenti più alte si spengono, il valore complessivo scende e nessun allarme compare, perché il numero resta plausibile. Contano allo stesso modo la posizione — il segnale descrive il supporto su cui si appoggia il trasduttore, non quello adiacente a mezzo metro — e l’orientamento rispetto alla sollecitazione, che può rendere quasi invisibile un difetto su un asse diverso. E l’accoppiamento strutturale fra macchine vicine porta nel rilievo vibrazioni non proprie. La UNI EN ISO 2954 definisce i requisiti degli strumenti, ma l’interfaccia con la macchina resta responsabilità del rilievo: se il punto di fissaggio cambia, il confronto storico non è più un confronto.

Livello complessivo stabile mentre una sola banda sta salendo

Il caso del riduttore descritto in apertura è l’esempio tipico. Il valore complessivo di velocità di vibrazione è una sintesi energetica su un intervallo ampio di frequenze: è dominato dalle componenti più energetiche, tipicamente quelle legate alla rotazione e allo squilibrio, e media via un incremento localizzato in una banda ristretta. Un difetto che cresce di parecchie volte in una banda che pesa poco sul totale sposta il numero complessivo di una frazione trascurabile: la lettura resta stabile, ripetibile e dentro soglia, e per questo appare rassicurante. La stabilità non è una prova di salute, è solo la prova che l’indicatore scelto è poco sensibile a quel fenomeno. Ci si accorge dell’inganno guardando l’andamento per bande separate anziché il solo totale, confrontando punti simmetrici della stessa macchina e diffidando delle serie storiche troppo piatte: un dato che non si muove mai, su una macchina che lavora, va messo in discussione prima di essere creduto.

Scrivere nel rapporto che cosa il punto di rilievo poteva vedere

Quando il fenomeno cercato sta oltre uno dei tre muri descritti, la risposta utile non è insistere con lo stesso rilievo: è annotare nel rapporto il perimetro entro cui quel dato ha significato — punto, orientamento, tipo di fissaggio, banda utile, condizione di funzionamento — e trattare l’esito come non conclusivo anziché come esito favorevole. Un valore in soglia raccolto fuori dal dominio non è una conformità: è una misura che non risponde alla domanda posta. Le indicazioni di monitoraggio della UNI EN ISO 13373 e, per le funzioni legate alla velocità, i principi della UNI EN ISO 13849 si applicano solo dentro quel perimetro dichiarato.

Da lì ripartono le domande di dettaglio, ciascuna con il suo approfondimento. Su come si comporta il trasduttore rispetto al proprio montaggio e alla propria risposta in frequenza, il riferimento è la scheda dedicata agli accelerometri. Per capire come si passa dal valore complessivo alla lettura per componenti, e che cosa cambia guardare il fenomeno nel tempo o nelle frequenze, il tema è trattato in analisi in frequenza e diagnosi FFT. Quando la domanda riguarda la misura della posizione angolare e della velocità — quanti impulsi servono, che cosa succede a bassa rotazione — il riferimento è la pagina sugli encoder incrementali e assoluti. E se il punto è la periodicità del rilievo, cioè se convenga una campagna ciclica o una sorveglianza permanente, se ne parla in monitoraggio continuo dello stato macchina.

Per il quadro d’insieme dei principi di rilevazione, delle grandezze in gioco e delle scelte di installazione, la pagina di riferimento è Sensori di rotazione e vibrazione.

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