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Tecnologie laser e ottiche: che cosa non si riesce a misurare e perché

Cella automazione pneumatica

Un’ottica misura la luce che torna indietro e da quella deduce distanza, profilo o colore. Dove la luce non torna, ne torna troppa o torna da un punto diverso, la misura cade. Superfici speculari, trasparenti e traslucide, difetti sotto il primo strato: il confine del dominio ottico e come si riconosce una lettura stabile ma…

Su una linea di assemblaggio un sensore ottico di distanza restituiva 42,10 mm su ogni pezzo, con una dispersione di pochi centesimi. Il collaudo finale, però, continuava a scartare quote fuori tolleranza. Il confronto con un comparatore ha chiarito l’equivoco: la distanza reale oscillava fra 41,6 e 42,6 mm, e il sensore ripeteva lo stesso numero perché su quella finitura lucidata il fascio non tornava quasi mai al ricevitore, e l’uscita restava congelata sull’ultimo valore valido. Non era uno strumento difettoso: era il principio che stava lavorando fuori dal proprio dominio, e i limiti delle tecnologie laser e ottiche non si correggono con una taratura.

Triangolazione, tempo di volo, analisi di immagine: il funzionamento di questi metodi è nella pagina di area e lo diamo per noto. Resta l’altra metà: un’ottica non misura una distanza, un profilo o un colore. Misura la luce che torna indietro, e da quella deduce il resto. Dove la luce non torna, dove ne torna troppa, oppure dove torna da un punto diverso da quello puntato, la deduzione cade e con essa cade la misura.

Non è un problema di qualità del sensore: nessuna variante costruttiva, nessuna sorgente più potente e nessun filtro riportano dentro il dominio una superficie speculare, una lastra trasparente o un difetto che sta sotto il primo strato. Qui tracciamo quel confine: dove il fascio si ferma per fisica, che cosa lo corrompe senza allarmi, come si riconosce una lettura stabile e falsa.

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Il fascio parte, qualcosa torna: e da quel poco si deduce tutto

Ciò che il ricevitore registra è una quantità di radiazione con una posizione sul rivelatore, oppure un ritardo, oppure una distribuzione di intensità su una matrice di pixel. Tutto il resto è deduzione: la distanza da una posizione angolare, la dimensione da un conteggio di pixel calibrato, la rugosità da come la luce si sparpaglia, il colore da tre valori integrati su bande spettrali, la brillantezza dalla quota riflessa specularmente. Le norme lo dichiarano apertamente: la UNI EN ISO 25178 definisce parametri di topografia ottenuti campionando una superficie apparente, la UNI EN ISO 11664 fissa le condizioni di illuminazione e osservazione senza le quali un colore non è confrontabile, la UNI EN ISO 2813 lega il gloss a un angolo dichiarato. Il numero finale resta un’inferenza su un modello di come quel materiale rimanda la luce. Quando il materiale si comporta diversamente dal modello, lo strumento non sbaglia il conto: sbaglia il presupposto, e non ha modo di accorgersene.

Superfici speculari e trasparenti: i limiti delle misure con tecnologie ottiche e laser

Tre famiglie di superfici stanno fuori dal dominio per costruzione. Una superficie speculare — acciaio lucidato, cromatura, vetro a specchio — rimanda il fascio secondo la legge della riflessione: se l’angolo non è quello giusto, la luce va altrove e al ricevitore non arriva nulla; se l’angolo è esattamente quello giusto, arriva un ritorno saturante che accieca il rivelatore. Una superficie trasparente lascia passare il fascio: il sensore misura ciò che sta dietro il vetro, non il vetro. Un materiale traslucido — marmo, ceramica cruda, molti polimeri — lascia entrare la luce di qualche decimo di millimetro e la ridiffonde da un volume: il punto letto non è quello puntato. A queste si aggiunge il confine più largo: nessuna ottica vede sotto la superficie. Cricche interne, inclusioni, delaminazioni, porosità sottopelle appartengono in blocco a una classe di difetti che questo principio non rileva. Non è una limitazione di risoluzione da migliorare: è il primo strato di materiale che ferma il fascio.

Polvere, olio nebulizzato e luce d’ambiente: il degrado che non fa scattare nulla

I casi peggiori non sono quelli che generano un errore, ma quelli che lasciano il numero plausibile. Un velo di polvere o una patina di olio nebulizzato sulla finestra dell’ottica attenuano il segnale nell’arco di settimane: la lettura si sposta poco per volta e nessuno la mette in relazione con un vetro che non viene pulito. Vapore e pulviscolo lungo il percorso fanno lo stesso, in modo intermittente. La luce ambientale — un lucernario, una lampada pulsata, una saldatura vicina — entra nel percorso ottico e si somma al ritorno utile. L’angolo di incidenza che cambia perché il pezzo si presenta ruotato modifica la quota di luce diffusa raccolta, e con essa il valore. In tutti questi casi lo strumento riceve un segnale valido, dentro la finestra attesa, e continua a fornire un numero senza segnalare alcunché.

Profondità di campo superata: quando il pezzo sventola e il valore resta fermo

Il caso della linea descritto in apertura è la trappola più frequente. Ogni sensore ottico ha un volume di misura definito: oltre quella profondità di campo lo spot si allarga, l’immagine sfoca e il segnale non è più interpretabile. Molti apparati, quando perdono il bersaglio, non producono un errore: mantengono l’ultimo valore valido per un tempo impostato, o restituiscono un fondo scala che passa inosservato in un registro. Il risultato è una serie di letture stabilissime, con ripetibilità apparentemente eccellente, mentre il pezzo sventola dentro e fuori dal volume utile. La stabilità qui è il sintomo, non la garanzia. Ci si accorge in tre modi: guardando l’indicatore di intensità del ritorno, che quasi tutti gli apparati espongono e quasi nessuno registra; verificando che la dispersione sia coerente con la variabilità nota del processo, perché una dispersione troppo bassa è sospetta quanto una troppo alta; e spostando deliberatamente il bersaglio per vedere se il numero segue.

Fuori dominio: dichiararlo, non aggirarlo con un trattamento del bersaglio

Riconoscere il confine si fa prima, non dopo: quali superfici presenta il pezzo, quanto sono lucide o traslucide, se il difetto cercato è superficiale o interno. Quando la risposta cade fuori, la sola condotta corretta è scriverlo nel rapporto di prova, indicando su quale porzione del pezzo il dato manca. Gli espedienti — spray opacizzanti, polveri, inclinazioni del supporto — alterano la grandezza da misurare: vanno dichiarati, mai usati in silenzio. La classificazione degli apparati, trattata dalla UNI EN 60825-1, va gestita con il servizio di prevenzione aziendale.

Chi deve capire come si comporta una misura per triangolazione quando il bersaglio cambia inclinazione trova la trattazione in triangolazione laser: confronto fra i metodi di misura disponibili; chi lavora su distanze lunghe, dove il ritorno si fa debole, trova il quadro in tempo di volo e telemetria laser. Se la domanda riguarda che cosa si riesca a estrarre da un’immagine, e con quale illuminazione, la risposta sta in visione artificiale e analisi di immagine, mentre per capire come si quantifica il ritorno speculare di una finitura serve riflettometria e misura del gloss.

Il quadro completo dei metodi di quest’area resta nella pagina Tecnologie laser e ottiche.

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