
Spessimetri di rivestimento · Ultrasuoni
Spessore rivestimenti su substrati non metallici
Misurare lo spessore rivestimenti su substrati non metallici è a lungo rimasto un punto debole del controllo qualità, perché i metodi magnetici e a correnti parassite richiedono una base conduttiva o ferrosa. Su plastica, legno, vetro, calcestruzzo e compositi la soluzione è la misura a ultrasuoni, che sfrutta il tempo di volo di un impulso sonoro attraverso lo strato. Il metodo è non distruttivo, indipendente dal materiale di base e capace di analizzare anche i sistemi multistrato, distinguendo le singole mani del ciclo. Questa pagina illustra il principio eco-impulso, il ruolo del mezzo di accoppiamento, l’influenza della velocità del suono sull’accuratezza e i limiti della misura su superfici ruvide.
Misurare lo spessore rivestimenti su substrati non metallici ha rappresentato a lungo un problema irrisolto del controllo qualità. I metodi a induzione magnetica e a correnti parassite richiedono infatti un materiale di base metallico: su plastica, legno, vetro, calcestruzzo o materiali compositi non forniscono alcuna risposta utile.
La misura a ultrasuoni risolve il problema operando su un principio del tutto diverso: non interroga il substrato, ma misura il tempo che un impulso sonoro impiega ad attraversare il rivestimento e a tornare indietro. Questa pagina illustra il principio fisico, la tecnica di analisi multistrato, il ruolo del mezzo di accoppiamento e i limiti pratici del metodo.
Perché serve un metodo dedicato ai substrati non metallici
L’impiego di materie plastiche, compositi e materiali cellulosici è cresciuto in modo costante in quasi tutti i comparti manifatturieri. Componenti che un tempo erano metallici oggi vengono stampati in polimero e successivamente rivestiti, per ragioni estetiche e di protezione. Il controllo dello spessore applicato resta indispensabile, ma gli strumenti tradizionali non sono utilizzabili.
Per anni la soluzione adottata è stata indiretta: si collocava accanto al pezzo un provino metallico, lo si verniciava nello stesso ciclo e si misurava lo spessore depositato su quest’ultimo. Il metodo si fonda però su un presupposto discutibile, ossia che una piastrina piana collocata nelle vicinanze riceva esattamente la stessa distribuzione di materiale del componente reale, che ha invece geometria e orientamento differenti.
Le alternative disponibili erano tutte distruttive: sezionare il pezzo e osservarne il taglio al microscopio, incidere una gola a V calibrata, misurare per differenza con un micrometro prima e dopo l’applicazione, oppure procedere per via gravimetrica. Tecniche valide sul piano metrologico, ma lente, dipendenti dall’abilità dell’operatore e soprattutto incompatibili con un controllo di produzione, perché richiedono di sacrificare pezzi per ottenere un campione statisticamente rappresentativo.

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Il principio eco-impulso applicato ai rivestimenti
La sonda genera una breve vibrazione ultrasonora che viene immessa nel rivestimento. L’impulso si propaga nello strato fino a incontrare un materiale con proprietà meccaniche diverse: tipicamente il substrato, oppure l’interfaccia con un altro strato di rivestimento. In corrispondenza di questa discontinuità di impedenza acustica una parte dell’energia viene riflessa e torna verso la sonda.
Lo strumento misura il tempo di volo, cioè l’intervallo tra l’emissione dell’impulso e il ritorno dell’eco. Conoscendo la velocità di propagazione del suono nel materiale attraversato, quel tempo si converte direttamente in spessore. La relazione è semplice: lo spessore corrisponde a metà del percorso compiuto, poiché l’onda attraversa lo strato due volte, all’andata e al ritorno.
Il substrato non partecipa alla misura se non come superficie riflettente. È questa la ragione per cui il metodo funziona indifferentemente su plastica, legno, vetro, calcestruzzo o compositi: ciò che conta è unicamente che esista un contrasto acustico sufficiente tra rivestimento e materiale sottostante.
Velocità del suono e accuratezza della misura
L’accuratezza dipende in modo diretto dalla velocità del suono attribuita al materiale in esame. Poiché lo strumento misura un tempo e restituisce una lunghezza, un errore sulla velocità si traduce in un errore proporzionale sullo spessore indicato.
Sul piano pratico questo aspetto risulta meno critico di quanto si potrebbe temere. Le velocità di propagazione delle vernici e dei rivestimenti organici di uso industriale rientrano in un intervallo relativamente ristretto, cosicché la taratura di fabbrica risulta adeguata per la maggior parte delle applicazioni. Quando invece si opera su materiali particolari, o quando la tolleranza richiesta è stretta, conviene determinare la velocità effettiva su un campione di spessore noto.
Il mezzo di accoppiamento
L’aria è un pessimo conduttore per gli ultrasuoni alle frequenze impiegate: un sottile strato d’aria tra sonda e superficie riflette quasi interamente l’impulso, impedendo la misura. Occorre quindi interporre un mezzo di accoppiamento liquido o gelatinoso che riempia il microscopico spazio tra la sonda e il rivestimento.
Su superfici lisce e in posizione orizzontale una goccia d’acqua svolge egregiamente la funzione. Su superfici ruvide, verticali o irregolari serve invece un gel a base acquosa, più viscoso, che permanga sul punto di misura e penetri nelle cavità del profilo. Prima di impiegare qualsiasi mezzo di accoppiamento su un rivestimento delicato è prudente eseguire una prova su un’area non critica, per escludere macchie o alterazioni della finitura.
Analisi dei sistemi multistrato
La caratteristica più interessante del metodo ultrasonico è la capacità di distinguere i singoli strati all’interno di un ciclo di verniciatura. Ogni interfaccia tra materiali di densità diversa genera un proprio eco: analizzando la sequenza temporale degli echi, lo strumento può ricostruire lo spessore di ciascuno strato oltre a quello totale.
La rappresentazione grafica del segnale rende leggibile questo comportamento. Ogni picco corrisponde a un’interfaccia: quanto maggiore è il salto di densità, tanto più alto risulta il picco. Un’interfaccia netta tra materiali molto diversi produce un picco stretto e pronunciato; due strati di composizione simile e parzialmente compenetrati generano invece un picco basso e allargato, di lettura più incerta.
Limiti della discriminazione tra strati
Esiste uno spessore minimo al di sotto del quale uno strato non è più distinguibile individualmente. Gli strati promotori di adesione, che nei cicli su materie plastiche vengono applicati in spessori molto ridotti, cadono spesso sotto questa soglia: lo strumento ne somma il contributo a quello dello strato successivo, restituendo un valore aggregato.
Una seconda limitazione riguarda le applicazioni eseguite bagnato su bagnato, dove gli strati vengono depositati in sequenza senza attendere la reticolazione del precedente. Il risultato è una zona di transizione in cui i materiali si compenetrano gradualmente: manca il confine acustico netto e con esso la possibilità di separare i contributi. In questi casi resta comunque affidabile la misura dello spessore complessivo.
Comportamento su superfici ruvide
Le superfici ruvide mettono alla prova qualsiasi metodo di misura, e gli ultrasuoni non fanno eccezione. Su un rivestimento a buccia d’arancia pronunciata, o su una finitura strutturata, lo spessore varia da punto a punto anche a distanza di frazioni di millimetro.
In condizioni normali lo strumento rileva la distanza dalla sommità delle creste fino al substrato. Quando però la rugosità diventa marcata, l’eco proveniente dall’interfaccia tra mezzo di accoppiamento e rivestimento può risultare più intenso di quello proveniente dal fondo: lo strumento lo interpreta erroneamente come fine dello strato e restituisce valori sottostimati. Gli strumenti più evoluti permettono di definire una finestra temporale di validità, escludendo gli echi che cadono fuori dall’intervallo atteso.
In ogni caso, su superfici irregolari la singola lettura non è rappresentativa. La pratica corretta prevede di acquisire più misure ravvicinate nella stessa zona e di calcolarne la media, valutando anche la dispersione dei valori come indicatore dell’uniformità del rivestimento. Il tema della caratterizzazione superficiale è approfondito nella pagina dedicata ai rugosimetri e misuratori di profilo di ancoraggio.
Confronto con gli altri metodi di misura
La scelta del metodo dipende dalla natura del substrato e dal tipo di informazione richiesta. Il quadro seguente riassume i campi di impiego.
| Metodo | Substrato richiesto | Distruttivo | Informazione ottenuta |
|---|---|---|---|
| Ultrasuoni | Qualsiasi, purché rigido | No | Spessore totale e singoli strati |
| Induzione magnetica | Ferromagnetico | No | Spessore totale |
| Correnti parassite | Metallico non magnetico | No | Spessore totale |
| Sezionamento ottico | Qualsiasi | Sì | Spessore e struttura degli strati |
| Gravimetrico | Qualsiasi | Talvolta | Spessore medio calcolato |
Sui substrati metallici i metodi elettromagnetici restano preferibili: sono più rapidi, non richiedono mezzo di accoppiamento e la sonda si appoggia direttamente sul pezzo. Il confronto tra i due principi è sviluppato nella pagina sugli spessimetri magnetici e induttivi per ferrosi e non ferrosi.
Il sezionamento ottico conserva un ruolo come metodo di riscontro: quando occorre validare una serie di misure non distruttive, o quando si presenta una contestazione, il taglio del campione fornisce un dato difficilmente opinabile. Va però considerato che anche questa tecnica introduce incertezze legate alla preparazione del provino e all’interpretazione dell’immagine al microscopio.
Norme di riferimento
Il metodo ultrasonico applicato ai rivestimenti organici è codificato dalla ASTM D6132, che ne definisce le condizioni di impiego, la procedura di verifica dello strumento e i criteri di validità della misura. La norma copre esplicitamente i substrati non metallici, includendo materie plastiche, legno, calcestruzzo e compositi.
Come riferimento per i metodi distruttivi di riscontro si utilizza invece la ASTM D4138, dedicata alla misura per sezionamento. Le due norme sono complementari: la prima descrive il controllo di routine, la seconda la verifica indipendente.
La verifica periodica dello strumento si esegue su spessori campione certificati, tipicamente costituiti da film epossidici di spessore noto con riferibilità documentata. Il tema della riferibilità metrologica è trattato nella pagina sulla taratura su campioni certificati.
Applicazioni industriali
Componenti in materia plastica verniciati
I polimeri di uso comune presentano energia superficiale bassa e scarsa porosità: la vernice fatica ad ancorarsi meccanicamente e richiede promotori di adesione dedicati. I cicli risultanti sono articolati su più strati, ciascuno con una funzione precisa, e il controllo dello spessore complessivo diventa indicatore diretto della qualità del processo.
La misura non distruttiva sul pezzo reale sostituisce con vantaggio il ricorso ai provini metallici: si controlla il componente effettivamente prodotto, nella sua geometria reale, senza assunzioni sulla distribuzione del materiale.
Finitura del legno e dei pannelli
Nella verniciatura di serramenti, mobili e pannelli il controllo distruttivo comporterebbe lo scarto di pezzi finiti di valore. La misura ultrasonica consente invece verifiche in linea e a campione, con riscontro immediato sull’uniformità di applicazione. L’argomento è ripreso nella pagina sulla verniciatura di serramenti e manufatti in legno.
Rivestimenti protettivi su calcestruzzo
Pavimentazioni industriali, vasche e opere in calcestruzzo ricevono rivestimenti impermeabilizzanti o chimicamente resistenti, il cui spessore determina la durata della protezione. La superficie è generalmente ruvida e richiede quindi mediazione di più letture, ma il metodo resta l’unico praticabile in modo non distruttivo su questo substrato.
Materiali compositi e vetroresina
Su scafi, carene e componenti in composito il gelcoat svolge funzione protettiva e il suo spessore incide sulla resistenza all’osmosi e all’invecchiamento. Il controllo ultrasonico permette di verificarne l’uniformità senza intaccare la superficie, tema collegato all’ispezione di scafi e strutture navali.
Criteri di scelta e condizioni di applicabilità
Prima di adottare il metodo conviene verificare alcune condizioni, che ne determinano l’applicabilità concreta.
- Rigidità del substrato. Un materiale cedevole assorbe l’impulso e attenua l’eco di ritorno: il metodo dà il meglio su supporti rigidi.
- Spessore minimo dello strato. Al di sotto di una soglia dell’ordine di alcuni micrometri l’eco di interfaccia non è separabile da quello di superficie.
- Accessibilità del punto di misura. La sonda ha un diametro finito e richiede appoggio piano: geometrie complesse, spigoli e cavità strette possono risultare inaccessibili.
- Contrasto acustico. Serve una differenza di impedenza sufficiente tra rivestimento e substrato; materiali acusticamente simili producono echi deboli.
- Compatibilità del mezzo di accoppiamento. Su finiture delicate va verificato preventivamente che il gel non lasci aloni.
- Serve il dettaglio per strato? Se interessa solo il totale, la strumentazione richiesta è più semplice; l’analisi multistrato comporta funzioni di elaborazione del segnale più avanzate.
La gamma completa degli strumenti per il controllo dei rivestimenti è raccolta nella sezione spessimetri di rivestimento e finitura superficiale.
Errori ricorrenti nella misura ultrasonica
- Quantità insufficiente di mezzo di accoppiamento: la misura non parte oppure restituisce letture instabili.
- Sonda inclinata rispetto alla superficie: l’eco di ritorno si disperde e il segnale si indebolisce.
- Misura su rivestimento non completamente reticolato, con velocità del suono diversa da quella del film maturo.
- Interpretazione di un picco intermedio come fondo dello strato, in sistemi multistrato non correttamente impostati.
- Lettura singola su superficie ruvida, senza mediazione di più acquisizioni.
- Mancata pulizia della sonda tra una misura e l’altra, con residui di gel che alterano l’accoppiamento.
I modelli
I due strumenti coprono i due momenti in cui il rivestimento non metallico si misura: il film già applicato e curato, e la polvere ancora da cuocere.
Domande frequenti
Il metodo opera su qualsiasi substrato rigido, indipendentemente dalla sua natura elettrica o magnetica: materie plastiche, legno, vetro, calcestruzzo, materiali compositi e anche metalli. La condizione necessaria è che esista un contrasto di impedenza acustica sufficiente tra rivestimento e substrato, in modo che l’interfaccia rifletta l’impulso.
Alle frequenze impiegate l’aria riflette quasi integralmente l’impulso ultrasonoro, impedendo che entri nel rivestimento. Un liquido o un gel interposto elimina il velo d’aria tra sonda e superficie e consente la trasmissione. Su superfici lisce e orizzontali è sufficiente una goccia d’acqua, mentre su superfici ruvide o verticali serve un gel più viscoso.
Sì, purché ogni strato superi uno spessore minimo e presenti un’interfaccia acusticamente distinguibile. Strati molto sottili, come i promotori di adesione, vengono generalmente conteggiati insieme allo strato successivo. Le applicazioni bagnato su bagnato creano zone di transizione graduali che rendono difficile separare i contributi.
In modo diretto e proporzionale, perché lo strumento misura un tempo di volo e lo converte in spessore. Nella pratica industriale le velocità dei rivestimenti organici sono abbastanza simili tra loro da rendere adeguata la taratura di fabbrica. Per materiali particolari o tolleranze strette conviene determinare la velocità su un campione di spessore noto.
Quando la rugosità è marcata, l’eco generato dall’interfaccia tra mezzo di accoppiamento e sommità delle creste può risultare più intenso di quello proveniente dal substrato. Lo strumento lo interpreta come fine dello strato e sottostima lo spessore. Definire una finestra di validità degli echi e mediare più letture riduce l’effetto.
La ASTM D6132 descrive la misura non distruttiva dello spessore di rivestimenti organici applicati mediante strumentazione a ultrasuoni, con specifico riferimento ai substrati non metallici. Per la verifica distruttiva di riscontro si utilizza invece la ASTM D4138, dedicata alla misura per sezionamento del campione.
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