Un edificio scolastico con aule sature nel primo pomeriggio, un magazzino in cui il prodotto si degrada solo in certe settimane, un reparto in cui il personale lamenta correnti d’aria e condense sui muri: sono situazioni che una misura istantanea non chiarisce quasi mai. Il tecnico arriva, legge un valore, lo trova accettabile e se ne va. Il problema però non è nel valore medio, ma in una fascia oraria, in un giorno particolare, in un punto della stanza che nessuno ha campionato. Il costo di questa cecità è alto: interventi impiantistici decisi a intuito, contenziosi che si trascinano, risanamenti rifatti due volte.
Il monitoraggio ambientale continuo risponde a una logica diversa. Non si cerca il numero, si cerca l’andamento nel tempo e la relazione fra grandezze diverse. Temperatura, umidità relativa e anidride carbonica registrate insieme, con lo stesso orologio, raccontano se un ambiente è ventilato a sufficienza, se l’impianto parte quando serve, se la condensa nasce dal vapore prodotto all’interno o dalla temperatura delle superfici. Una sola grandezza, isolata, non lo dice.
Capire datalogger ambientali e sistemi di monitoraggio, come scegliere la configurazione adatta, significa quindi ragionare prima sulla campagna di misura e solo dopo sullo strumento: quante grandezze servono, per quanti giorni, in quanti punti, con quale intervallo di registrazione e con quale gestione dei dati a valle. Le pagine che seguono riassumono i criteri che contano davvero quando l’obiettivo è diagnosticare un edificio o un ambiente di lavoro, non semplicemente archiviare numeri.

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Quali grandezze registrare insieme in una campagna ambientale
Una campagna ambientale utile parte dal set minimo: temperatura dell’aria e umidità relativa, da cui si ricava per calcolo il punto di rugiada, che è il parametro con cui si valuta il rischio di condensa sulle superfici fredde. A questo nucleo si aggiunge l’anidride carbonica, indicatore indiretto del ricambio d’aria e dell’occupazione reale dei locali. Nei casi di diagnosi impiantistica serve anche la pressione differenziale fra ambienti, per verificare le gerarchie di pressione e le direzioni di flusso; nei luoghi di lavoro si affiancano illuminamento e rumore, mentre nelle indagini sulla qualità dell’aria interna entrano composti organici volatili e particolato. La regola pratica è semplice: una grandezza sola non produce mai una diagnosi, produce solo un dato. È la sovrapposizione temporale di più curve a rendere leggibile il comportamento dell’ambiente.
Durata della campagna, intervallo di campionamento e punti di misura
Il periodo di osservazione deve coprire almeno un ciclo completo di funzionamento dell’edificio o dell’impianto: in pratica più giorni feriali e un fine settimana, perché è il confronto fra occupazione e non occupazione a rivelare le cause. Sotto i sette giorni si rischia di fotografare un’eccezione. L’intervallo di campionamento si sceglie in funzione della dinamica del fenomeno e della memoria disponibile: un minuto per la pressione differenziale o per transitori rapidi, cinque o dieci minuti per anidride carbonica e temperatura, quindici o trenta minuti per campagne stagionali sull’umidità delle strutture. Sui punti vale un principio scomodo: il numero minimo per rappresentare un ambiente sono almeno tre posizioni con quote diverse, e vanno scelte dove il fenomeno accade, non dove è comodo installare. Il logger appeso vicino alla porta perché c’era un gancio libero è l’errore più frequente e il più costoso.
Autonomia, protezione e sincronizzazione delle unità
Su campagne lunghe l’alimentazione diventa un criterio di scelta e non un dettaglio. Un’unità a batteria con registrazione ogni dieci minuti deve garantire l’intera durata prevista con margine, perché una sostituzione a metà campagna interrompe la serie e ne compromette l’analisi; dove è disponibile la rete elettrica conviene l’alimentazione esterna con batteria tampone. In ambienti pubblici o accessibili servono custodie chiuse, fissaggi non rimovibili a mano e blocco dei comandi, altrimenti qualcuno spegnerà lo strumento. Il punto più sottovalutato resta però la sincronizzazione dell’orologio fra le unità: se due logger scrivono orari sfasati di dieci minuti i grafici non si sovrappongono e le correlazioni spariscono. Va verificata all’avvio e al termine, annotando la deriva. Il monitoraggio in rete, con nodi collegati a un concentratore, risolve il problema alla radice ma introduce vincoli di copertura del segnale.
Norme di riferimento, verifica dello strumento e valore del dato
Quando la campagna serve a una perizia, a un collaudo o a una contestazione, i requisiti cambiano. La UNI EN ISO 7726 definisce le caratteristiche della strumentazione per la misura delle grandezze fisiche degli ambienti termici, cioè campi di misura, incertezze ammesse e tempi di risposta dei sensori: è il riferimento con cui si giustifica la scelta dello strumento. La UNI EN 16798 fornisce invece i parametri di prestazione degli ambienti interni, dalle categorie di qualità dell’aria alle condizioni termoigrometriche di progetto, ed è la cornice con cui si giudicano i valori registrati. Entrambe vanno citate per quello che sono, cioè riferimenti di metodo: quale norma si applichi a un lavoro lo stabiliscono il contratto e il committente. Sul piano pratico conta la verifica dello strumento secondo le modalità e gli intervalli indicati dal costruttore, con punti di misura identificati e ripetibili, intervallo di registrazione dichiarato e condizioni annotate: è questo che rende una serie ancora leggibile e difendibile mesi dopo.
Datalogger ambientali e sistemi di monitoraggio: come scegliere in base all’analisi dei dati
Il valore di una campagna non sta nella registrazione, sta nell’analisi. Correlare l’anidride carbonica con gli orari di occupazione dice se la ventilazione è dimensionata; sovrapporre umidità relativa e temperatura superficiale mostra dove e quando si scende sotto il punto di rugiada; confrontare i picchi con l’accensione degli impianti individua ritardi di regolazione che nessuna misura istantanea rileverebbe. Per questo il criterio decisivo è a valle dello strumento: esportazione in formato aperto, CSV o simile, con marca temporale completa, così da poter elaborare i dati con strumenti propri e conservarli per anni senza dipendere dal software del costruttore. Un archivio in formato proprietario è un archivio che prima o poi diventa illeggibile. Per orientarsi fra le tipologie disponibili, dai registratori compatti alle unità multicanale, è utile partire dalla panoramica raccolta nella pagina dedicata ai sistemi di monitoraggio continuo e wireless.
I modelli
Per la temperatura e l’umidità relativa dell’aria il catalogo offre tre famiglie, e le distingue quanto tempo passa fra il dato e chi lo legge: la lettura sul posto, immediata ma solo nel momento del sopralluogo; la registrazione autonoma, che copre le ore in cui non c’è nessuno e si rilegge al ritorno; il monitoraggio remoto, che porta le letture su una piattaforma consultabile da browser. Nessuna delle tre manda avvisi da sola. I dati tecnici completi sono nelle schede.

Lettura sul posto
Tramex MRH3
Il sopralluogo che precede la campagna: umidità relativa, temperatura e punto di rugiada punto per punto, per decidere dove mettere i registratori invece di appenderli dove c’è un gancio libero.

Registrazione autonoma
Tramex Feedback DL-RHTA
Resta in posto per tutta la campagna e registra l’aria dell’ambiente a intervalli regolari; la serie si trasferisce all’applicazione del costruttore, che la esporta come grafico o rapporto.

Registrazione autonoma
Tramex Feedback DL-RHTX
Come il DL-RHTA, ma accetta anche la sonda di umidità relativa in situ: la stessa campagna segue l’ambiente e l’interno di un massetto o di una soletta.
→ Le tre famiglie, con le caratteristiche dichiarate dal costruttore, sono nella pagina di catalogo dei sistemi di monitoraggio continuo e wireless; per la sola lettura sul posto, in quella dei termoigrometri ambientali.
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