La verifica della velocità di rotazione o di oscillazione di un organo meccanico è una misura che in produzione si fa ogni giorno: un ventilatore che gira fuori specifica, una puleggia che slitta, una lama che vibra, un nastro che avanza a passo irregolare. Fermare la macchina per ispezionare l’organo significa perdere tempo ciclo, e spesso il difetto che si cerca — un gioco, un dente scheggiato, un’etichetta che scorre — scompare proprio quando la macchina si arresta. Serve uno strumento che permetta di osservare l’organo mentre è in moto, senza contatto e senza smontaggi: fra gli stroboscopi, come scegliere il modello adatto dipende da pochi parametri concreti.
Lo stroboscopio risolve il problema illuminando la scena con lampi molto brevi e ripetuti a frequenza regolabile. Quando la frequenza dei lampi coincide con quella del moto, ogni lampo illumina l’organo sempre nella stessa posizione angolare e l’occhio percepisce un’immagine apparentemente ferma: da quel valore si legge direttamente il numero di giri o di cicli. Il principio è semplice, ma la resa pratica cambia molto da modello a modello.
Per orientarsi conviene ragionare su pochi criteri concreti: il campo di frequenza disponibile in lampi al minuto, il tipo di sorgente luminosa, la durata dell’impulso, la possibilità di sincronizzarsi con un segnale esterno e il formato dello strumento, portatile o da pannello. Gli stroboscopi Shimpo DT-366 e DT-735 coprono le due situazioni tipiche: il DT-366, compatto a LED e con campo di lampeggio esteso da 30 a 120.000 FPM, per il controllo volante in linea; il DT-735, allo xeno con campo da 60 a 12.000 FPM e ingresso di sincronizzazione, per il banco prova.

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L’effetto stroboscopico e l’immagine apparentemente ferma
La grandezza misurata non è la luce ma il tempo: lo strumento genera lampi a intervalli noti e l’operatore regola la frequenza fino a ottenere l’immagine ferma. In quel punto la frequenza dei lampi, espressa in lampi al minuto, coincide con la velocità di rotazione in giri al minuto oppure con un suo multiplo o sottomultiplo. La misura è completamente senza contatto: non richiede riflettori adesivi, non carica meccanicamente l’albero e non impone l’accesso alla sua estremità, cosa impossibile su rotori incassati, giranti dentro carter o organi accessibili solo attraverso una finestra di ispezione. Oltre alla velocità lo stroboscopio restituisce un’informazione che il tachimetro non dà: la forma e il comportamento dell’organo in moto, quindi eccentricità, sbandieramento, gioco radiale e usura localizzata dei denti.
Stroboscopi, come scegliere fra sorgente a LED e lampada allo xeno
Il primo criterio di selezione è la sorgente luminosa. La lampada allo xeno produce un lampo molto intenso, adatto a scene ampie e ad ambienti fortemente illuminati, ma ha una vita utile limitata: il tubo è un componente di consumo e va sostituito periodicamente, con un costo di esercizio e un fermo strumento da mettere in conto. La sorgente a LED ha intensità inferiore sulle grandi distanze, ma offre vita utile dell’ordine delle decine di migliaia di ore e assenza di manutenzione, tempi di accensione e spegnimento più ripidi, minore assorbimento e quindi autonomia maggiore sui modelli a batteria. Per il controllo ravvicinato su organi di macchina, che è il caso più frequente, il LED è oggi la scelta più razionale; lo xeno resta giustificato quando serve illuminare superfici grandi o distanti.
Durata dell’impulso, nitidezza e diagnosi degli organi veloci
La durata del singolo lampo determina quanto l’organo si sposta mentre è illuminato, e quindi la nitidezza dell’immagine. Su un organo lento un impulso lungo è irrilevante; su una girante ad alta velocità o su una lama rotante lo stesso impulso produce una scia che maschera proprio i dettagli che si vogliono osservare. Impulsi brevi congelano il profilo e rendono leggibili difetti che a occhio nudo non esistono: una pala deformata, una cinghia che striscia sulla flangia, un accoppiamento disallineato, un dente con principio di pitting, una vibrazione torsionale che si manifesta come oscillazione dell’immagine ferma. Vale la regola pratica di verificare la durata dell’impulso dichiarata alle frequenze di lavoro previste, perché su molti strumenti non è costante su tutto il campo.
Sincronizzazione esterna da encoder o segnale di trigger
Nelle applicazioni più esigenti la frequenza dei lampi non si regola a mano ma si aggancia a un segnale della macchina: l’uscita di un encoder incrementale, un sensore di prossimità su un dente, un impulso di comando dal PLC. Con la sincronizzazione esterna l’immagine resta ferma anche se la velocità varia, perché il lampo segue il moto invece di inseguirlo; diventa inoltre possibile introdurre uno sfasamento controllato per far avanzare lentamente l’immagine e ispezionare l’organo posizione per posizione. È la funzione che distingue uno strumento da laboratorio o da linea automatica da un modello puramente manuale, e va verificata insieme alle caratteristiche elettriche dell’ingresso: livello di segnale accettato, impedenza, divisori e moltiplicatori disponibili.
Armoniche, formato dello strumento e vantaggi sui metodi tradizionali
Il rischio classico di questa tecnica è l’errore di armonica: l’immagine appare ferma anche a metà, a un terzo o al doppio della frequenza reale, e la lettura dei giri risulta sbagliata di un fattore intero. Si evita partendo dalla frequenza più alta e scendendo, e riconoscendo il valore corretto come quello in cui compare una sola immagine di ogni riferimento anziché due o tre. Restano da decidere formato e protezione: l’alimentazione a batteria per l’uso portatile in campo, la versione da pannello o da montaggio fisso per il controllo continuo, con classe di protezione adeguata agli ambienti con polveri e getti d’acqua. In ogni caso l’operatore lavora vicino a organi in moto: occorre mantenere le protezioni fisse, evitare indumenti liberi e non affidarsi all’immagine apparentemente ferma come indizio di macchina arrestata.
Rispetto ai metodi tradizionali il vantaggio è misurabile: nessun contatto meccanico, nessun riflettore da applicare, nessun fermo macchina per l’ispezione visiva e la possibilità di diagnosticare la causa del difetto oltre a rilevarne l’effetto. Per confrontare i modelli, i campi di frequenza e i formati disponibili si può consultare la pagina dedicata agli stroboscopi del catalogo INNOVACHECK.
Gli stroboscopi a catalogo e il criterio che li distingue
I quattro modelli che seguono corrispondono ai quattro criteri di scelta appena descritti: la sorgente, il formato e l’alimentazione, la durata del lampo e la sincronizzazione con la macchina. Nessuno dei quattro è migliore in assoluto: cambia il criterio che pesa nell’applicazione. Tutti restituiscono un’immagine da osservare, non una misura di vibrazione, e la lettura dei giri va confermata contro le armoniche e i sottomultipli.

Sorgente allo xeno
SHIMPO DT-311D
Il criterio della sorgente. Tubo allo xeno, alimentazione universale dichiarata 85-240 VAC: è il modello per la scena ampia e l’ambiente illuminato, dove il lampo intenso serve davvero. Il tubo è un componente di consumo, e il costruttore ne dichiara la vita. Ingresso di trigger esterno da sensore previsto. Campo di lampeggio e accuratezza sono nella scheda.

LED a batteria, in campo
SHIMPO DT-366
Il criterio del formato. Schiera di LED CREE e batteria al litio: lo strumento che si porta a bordo macchina per il controllo volante, senza cavo di rete e senza tubo da sostituire. Il costruttore dichiara il funzionamento sia a frequenza impostata dall’operatore sia sul segnale di un sensore remoto. Autonomia e campo di lampeggio sono nella scheda.

Durata del lampo regolabile
SHIMPO DT-326B
Il criterio della nitidezza. È il modello a LED su cui il costruttore dichiara la durata del lampo regolabile in gradi e lo sfasamento su tutto il giro: sono i due comandi con cui si congela il profilo di un organo veloce e lo si fa avanzare posizione per posizione. Funziona a batteria e da rete. Valori e campo sono nella scheda.
Sincronizzazione da sensore
SHIMPO DT-362
Il criterio della sincronizzazione. Versione a LED alimentata da rete, per la postazione fissa: il costruttore dichiara l’ingresso per sensore remoto, che adatta la frequenza dei lampi alle variazioni del processo, con ritardo regolabile. È la funzione descritta sopra come aggancio al segnale della macchina. Caratteristiche elettriche dell’ingresso nella scheda.
Gli undici modelli a catalogo, compresi quelli a batteria allo xeno, a luce nera e con rilevamento della velocità, sono raccolti nella pagina Stroboscopi. Campi di lampeggio, accuratezze, durata del lampo e autonomie dichiarate stanno nelle singole schede. Lo stroboscopio è uno strumento di ispezione visiva: non è un dispositivo certificato per funzioni di sicurezza e non è dichiarato per atmosfere esplosive, e un’immagine apparentemente ferma non significa macchina ferma.
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