Il display segna 1,8 m/s. Lo segnava un minuto fa, lo segnerà ancora fra dieci minuti se nessuno muove la sonda, e un secondo operatore che ripete il rilievo ottiene lo stesso numero. È stabile alla seconda cifra, è ripetibile, ed è perfino coerente con l’ordine di grandezza che ci si aspetta da quel terminale. Nessuno lo mette in discussione, perché ha tutte le proprietà che associamo a una misura buona. Eppure la velocità reale in quel punto è sensibilmente diversa, e lo scarto non nasce da un guasto dello strumento.
Gli errori degli anemometri a filo caldo e a ventolina hanno quasi sempre questa forma: non producono un valore assurdo, ne producono uno credibile. E soprattutto non sono gli stessi per i due strumenti, perché i due strumenti non misurano la stessa cosa. Il filo caldo mantiene in temperatura un elemento riscaldato e ricava la velocità dalla potenza necessaria a compensarne il raffreddamento: è una misura termica. La ventolina conta i giri di una girante messa in rotazione dal flusso: è una misura meccanica.
Due fisiche opposte significano due elenchi di vulnerabilità diversi. Ciò che manda fuori strada un filo caldo lascia indifferente una ventolina, e viceversa. Le cinque sezioni che seguono descrivono cinque meccanismi distinti, ciascuno con il modo in cui falsa il dato e con la contromisura pratica. Il riferimento metodologico resta quello delle prove sugli impianti di ventilazione secondo la UNI EN 12599 e della strumentazione per le grandezze ambientali della UNI EN ISO 7726.

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Anemometri a filo caldo e a ventolina, primo fra gli errori: la sonda non è orientata
Il filo caldo è quasi omnidirezionale: si raffredda per qualsiasi flusso lo investa e non sa dire da dove arrivi. Se il getto attraversa la sonda di traverso, o se una componente di ricircolo si somma a quella utile, il numero resta uno solo e non distingue le due situazioni. La ventolina ha il difetto opposto ed è altrettanto insidioso: fuori asse risponde soltanto alla componente assiale del flusso, quindi restituisce sempre un valore inferiore a quello reale, tanto più basso quanto maggiore è l’inclinazione. In entrambi i casi la lettura appare regolare. La contromisura è meccanica prima che strumentale: individuare la direzione del flusso, allineare il riferimento inciso sulla sonda, usare un’asta rigida invece della mano libera e ripetere il rilievo dopo una rotazione di controllo. Se ruotando di poco il valore cambia molto, l’orientamento non era corretto.
Densità dell’aria non compensata: il termoanemometro misura uno scambio termico
Il secondo errore riguarda solo la sonda termica. La potenza che serve a mantenere caldo il filo dipende dalla portata massica che lo lambisce, non dalla sola velocità: temperatura e pressione dell’aria entrano quindi direttamente nel risultato. Lo strumento converte in metri al secondo assumendo condizioni di riferimento; se l’aria effettiva è molto più calda, molto più fredda o a quota diversa da quelle assunte, la conversione è sistematicamente sbagliata e lo scostamento arriva facilmente a percentuali a due cifre. Non c’è instabilità a segnalarlo. La contromisura consiste nell’attivare la compensazione dello strumento inserendo la temperatura misurata e la pressione barometrica reale del sito, non i valori predefiniti, e nel dichiarare le condizioni nel rapporto di prova. La UNI EN ISO 7726 chiede esattamente questo: che il dato ambientale sia riferito alle condizioni in cui è stato rilevato.
Soglia di avviamento della girante: lo zero che non è uno zero
La ventolina misura una rotazione, e per ruotare deve vincere l’attrito dei propri cuscinetti. Sotto una certa velocità di soglia la girante semplicemente non parte, e lo strumento scrive zero dove un flusso esiste. È l’errore più ingannevole di tutti, perché uno zero viene interpretato come assenza di aria e non come mancata risposta del sensore, e perché peggiora con l’usura senza che nulla lo annunci. Anche appena sopra la soglia la risposta non è lineare e sottostima. La contromisura è di scelta e di verifica: conoscere il campo dichiarato del proprio strumento, non usare la ventolina alle basse velocità tipiche delle riprese d’aria e degli ambienti in quiete, dove il filo caldo è il sensore appropriato, e controllare periodicamente che la girante ruoti libera. La ISO 5801, per le prove sui ventilatori, presuppone strumenti impiegati entro il proprio campo utile.
Sonda e mano dell’operatore che ostruiscono la sezione di passaggio
Il quarto errore non sta nel sensore: sta nel fatto che il sensore occupa spazio. Introdurre nel condotto una sonda, un’asta, un cavo e spesso anche l’avambraccio riduce la sezione libera, e l’aria che non passa dove c’è l’ostacolo accelera esattamente accanto ad esso, cioè dove si sta misurando. Il risultato è una sovrastima stabile, ripetibile e apparentemente irreprensibile. L’effetto cresce rapidamente al diminuire del diametro del condotto e diventa dominante nelle piccole derivazioni terminali. Le contromisure sono note e semplici: usare sonde telescopiche sottili, entrare attraverso un foro di misura invece che dalla bocchetta, tenere il corpo e la mano fuori dal flusso e a valle del punto, orientare il cavo lungo la corrente. Le tecniche di rilievo in campo descritte nella ASHRAE 111 insistono su questo aspetto più che su qualunque impostazione dello strumento.
Filo sporco o polveroso: la deriva che resta stabile e ripetibile
L’ultimo errore è il più lento e per questo il più pericoloso. Il filo caldo lavora sullo scambio termico fra un elemento minuscolo e l’aria che lo circonda: un velo di polvere, di grasso o di condensa modifica quello scambio e quindi la relazione fra potenza e velocità. Lo strumento non si guasta e non diventa instabile, si sposta. Continua a dare valori regolari, coerenti fra loro e confrontabili con quelli del mese prima, mentre la curva di risposta si è già allontanata da quella di taratura. Le contromisure sono di gestione: ispezione visiva della sonda prima di ogni campagna, pulizia con i soli mezzi previsti dal costruttore, protezione del cappuccio durante il trasporto, uso di filtri dove l’aria è carica, e soprattutto un confronto periodico con un riferimento tarato a intervalli definiti. La UNI EN 12599 chiede che la strumentazione di prova sia riferibile e verificata, non semplicemente funzionante.
Cinque meccanismi, due fisiche: sapere quale dei due sensori si ha in mano è già metà della diagnosi.
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