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Come scegliere supporti, banchi e stativi per durometri: criteri e casi d’uso

Assemblaggio meccanico mani guantate

Nella prova di durezza il numero dipende anche da ciò che sta sotto il pezzo. Rigidezza della struttura, corsa utile, incudini intercambiabili, serraggio e discesa controllata sono i requisiti da mettere sul tavolo prima dell’acquisto, insieme ai casi d’uso che orientano la configurazione della postazione.

Lo stesso pezzo, lo stesso durometro, lo stesso operatore: due rilievi a distanza di un minuto e due numeri che non coincidono. Non è il materiale ad essere cambiato, e nemmeno lo strumento. È cambiato ciò che stava sotto il pezzo. Nella prova di durezza il valore nasce da un carico applicato per un tempo definito su una superficie che deve restare ferma: se una parte qualsiasi della catena meccanica cede, quel cedimento viene contato come deformazione del materiale e finisce dentro il risultato.

Questo è il motivo per cui la scelta del sostegno pesa quanto quella dello strumento. Chi valuta supporti, banchi e stativi per durometri e si chiede come scegliere sta in realtà decidendo quanta parte del carico verrà restituita al penetratore e quanta si perderà per strada. Un accessorio che non misura niente, e che tuttavia decide il numero.

Le pagine che seguono ordinano i criteri per decisione, non per scheda tecnica: quanta massa serve davvero, che cosa entra fisicamente sotto il penetratore, quali appoggi e quali serraggi servono alle geometrie che si trattano, e in quali situazioni di lavoro un sostegno dedicato cambia il modo di controllare. I riferimenti di metodo restano le UNI EN ISO 6506, 6507 e 6508 per le prove da banco, le UNI EN ISO 868 e 48 per gli elastomeri, la UNI EN ISO 10012 per la conferma metrologica degli strumenti.

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Quanta parte del carico arriva davvero al pezzo

La domanda da cui parte tutta la valutazione è una sola: della forza nominale dichiarata dal metodo, quanta ne riceve effettivamente la superficie in prova. Un penetratore che scende su un pezzo appoggiato a una struttura elastica lavora contro un sistema che restituisce energia invece di opporsi: il tempo di applicazione si consuma in parte a comprimere il sostegno, e la profondità letta non corrisponde più alla resistenza del materiale. Lo stesso vale in senso opposto per le prove su elastomeri, dove il metodo richiede una lettura entro tempi brevi e una discesa costante. Chi valuta un sostegno deve quindi ragionare in termini di rigidezza della catena e di ripetibilità del gesto, prima ancora di guardare dimensioni e finiture. È da qui che discendono, in ordine, tutti gli altri requisiti. Utile anche una verifica preliminare sul campo: ripetere una serie di rilievi su un blocco di riscontro con il sostegno che si sta valutando e osservare la dispersione dei valori dà un’indicazione concreta molto prima di qualunque scheda tecnica.

Massa e rigidezza: due requisiti da chiedere sproporzionati

Il primo criterio riguarda la struttura portante: base, colonna, testa. La regola pratica accettata in metrologia meccanica è che questi elementi non debbano essere semplicemente sufficienti al carico massimo previsto, ma abbondantemente sovradimensionati rispetto ad esso, perché il margine assorbe le vibrazioni residue e mantiene costante il comportamento nel tempo. In fase di scelta conviene farsi indicare la massa complessiva, la sezione della colonna e il carico massimo ammesso, e verificare che quest’ultimo sia molto oltre quello che si intende usare. Va valutata insieme la stabilità dell’installazione: dove verrà collocato il banco, su quale pavimentazione, a quale distanza da presse, compressori o carrelli. Un sostegno eccellente su un piano che trasmette vibrazioni perde gran parte del vantaggio che si è pagato. Rientrano nello stesso criterio i piedini regolabili, gli eventuali elementi antivibranti e la possibilità di ancoraggio al pavimento o al piano di lavoro.

Che cosa entra sotto il penetratore e che cosa resta fuori

Il secondo gruppo di criteri è puramente geometrico e si esaurisce in due misure: la corsa utile verticale e l’altezza libera disponibile fra il piano e il penetratore. Sono queste a stabilire quali pezzi possono essere provati e quali no, e vanno confrontate con l’inventario reale dei componenti che passano dal controllo, non con il pezzo medio. Alla stessa famiglia appartiene la profondità della gola, cioè quanto ci si può spostare verso l’interno di un pezzo largo o di una piastra. Terzo elemento, spesso trascurato fino all’ordine: la compatibilità meccanica con lo strumento già posseduto, cioè interfaccia di attacco, diametro del collare, filettature e quote di aggancio. Vale la pena chiederla per iscritto prima dell’acquisto, indicando lo strumento in uso. Quando il parco strumenti comprende sia apparecchi da banco sia strumenti portatili, conviene verificare se una stessa struttura possa accoglierli entrambi con adattatori dichiarati dal costruttore.

Come scegliere supporti, stativi e banchi adatti ai propri durometri per geometria del pezzo

Il terzo gruppo riguarda il modo in cui il pezzo viene tenuto e il modo in cui si arriva al contatto. Sul primo punto conta la disponibilità di una famiglia completa di incudini e piani intercambiabili: piano rettificato, a V per cilindri e alberi, a sfera, a corona per anelli e boccole, con appoggi dedicati ai particolari sottili. Poiché è la geometria a determinare l’appoggio, il criterio da applicare è l’ampiezza del corredo disponibile e la possibilità di integrarlo in seguito. Vanno valutati insieme i sistemi di riferimento e serraggio, che devono trattenere il pezzo in posizione senza flettersi né segnarlo. Sugli stativi per strumenti a lettura diretta si chiede infine una discesa a velocità controllata o a molla calibrata, requisito che le UNI EN ISO 868 e 48 rendono determinante. Su queste prove il tempo che intercorre fra il contatto e la lettura fa parte del metodo, e un dispositivo che lo rende costante toglie all’operatore una variabile che altrimenti resterebbe soggettiva.

Dal controllo occasionale alla postazione condivisa di reparto

Quattro situazioni ricorrenti orientano la configurazione. Il passaggio da controllo saltuario a controllo di serie sposta il peso sulla ripetibilità e rende conveniente un banco fisso con posizione di lavoro definita. Le prove su particolari piccoli o sottili spingono verso incudini dedicate e serraggi delicati, con attenzione al supporto continuo della zona sottostante l’impronta. Le mappature e i profili su pezzi grandi richiedono una tavola a movimentazione X-Y con lettura micrometrica, per riportare i punti nella stessa posizione a distanza di tempo. La postazione condivisa fra più operatori, infine, premia i sostegni che vincolano il gesto e riducono i gradi di libertà lasciati a chi opera, insieme a una conferma metrologica periodica secondo la UNI EN ISO 10012. In tutti e quattro i casi conviene mettere per iscritto, prima della trattativa, quali pezzi devono passare dalla postazione e con quale frequenza: da quell’elenco discendono corsa, appoggi e struttura, e non viceversa.

Definiti i requisiti, il passo successivo è confrontarli con le soluzioni disponibili: la panoramica completa è nella pagina dedicata a supporti, banchi e stativi per durometri.

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