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Rilevamento di ponti termici e dispersioni: confronto fra i metodi di indagine

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Termografia passiva, prova di pressurizzazione, misura in opera della trasmittanza, calcolo da modello e monitoraggio del microclima: che cosa dimostra davvero ciascun metodo di indagine dell’involucro edilizio, con quali condizioni al contorno, in quanto tempo e con quale valore probatorio in collaudo.

Una parete che disperde più del previsto non si vede a occhio nudo: si vede in bolletta, nelle muffe che compaiono agli angoli e nelle contestazioni che arrivano a fine collaudo. Nell’involucro edilizio le perdite hanno due nature diverse e spesso confuse fra loro: la trasmissione di calore attraverso i componenti opachi e trasparenti, aggravata dai ponti termici geometrici e strutturali, e il passaggio d’aria non controllato attraverso giunti, serramenti e attraversamenti impiantistici. Attribuire alla prima ciò che dipende dalla seconda porta a interventi costosi e inefficaci.

Il fatto che nessuna tecnica misuri entrambi i fenomeni insieme è la ragione per cui la scelta del metodo pesa quanto la sua esecuzione. La termografia legge la temperatura superficiale e rende visibili le anomalie, ma non quantifica una prestazione; la prova di pressurizzazione quantifica la permeabilità all’aria dell’intero volume, ma non dice dove si perde; la misura in opera del flusso termico restituisce un valore di trasmittanza su un singolo punto, in tempi lunghi. Da qui l’esigenza di un rilevamento di ponti termici e dispersioni: confronto metodi che chiarisca che cosa ciascuna tecnica dimostra davvero.

In questo articolo i metodi vengono messi a confronto su criteri omogenei: oggetto della prova, condizioni al contorno necessarie, durata, costo indicativo e valore probatorio in un collaudo o in un contenzioso. Il riferimento normativo è quello consolidato: la EN 13187 per l’individuazione qualitativa delle irregolarità termiche, la ISO 9869 per la misura in opera della trasmittanza, la EN ISO 9972 per la permeabilità all’aria e la ISO 6781 per i criteri generali dell’indagine termografica degli edifici.

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Rilevamento di ponti termici e dispersioni: confronto metodi e grandezze in gioco

Prima di scegliere lo strumento occorre decidere quale grandezza serve. La temperatura superficiale interna è l’indicatore del rischio igrometrico: quando scende sotto il punto di rugiada dell’aria ambiente si formano condensa e muffa, e il fattore di temperatura superficiale interno è il parametro con cui il difetto si giudica. La trasmittanza termica, in watt per metro quadrato e kelvin, misura invece la prestazione stazionaria del componente. La permeabilità all’aria si esprime come ricambi orari a cinquanta pascal di differenza di pressione, oppure come portata specifica riferita alla superficie dell’involucro. Sono tre grandezze non intercambiabili: un’immagine termica non produce una trasmittanza e un valore di ricambi orari non individua un ponte termico. Confondere il piano qualitativo con quello quantitativo è l’errore che rende inutilizzabile buona parte delle indagini.

Termografia passiva dall’esterno e dall’interno: condizioni al contorno

L’indagine termografica passiva sfrutta il salto termico già presente fra ambiente riscaldato e aria esterna, senza sollecitazioni artificiali. Perché il risultato sia leggibile servono condizioni precise: differenza di temperatura fra interno ed esterno di almeno dieci-quindici kelvin mantenuta stabile nelle ore precedenti, assenza di irraggiamento solare diretto sulle superfici indagate nelle ore che precedono la ripresa, velocità del vento contenuta, superfici asciutte. La finestra utile, nelle stagioni intermedie, si riduce spesso alle prime ore del mattino. La ripresa dall’esterno è rapida, copre grandi superfici e individua bene i ponti termici strutturali, i pilastri e i cordoli non isolati; risente però di riflessi, correnti d’aria e inerzia delle facciate. La ripresa dall’interno è più lenta e frammentata, ma legge le temperature superficiali che contano davvero per il rischio di condensa ed è meno sensibile al meteo.

Prova di pressurizzazione, da sola e in combinazione con l’immagine termica

La prova di pressurizzazione secondo la EN ISO 9972 mette il volume in depressione o sovrapressione con un ventilatore calibrato installato su un serramento e misura la portata necessaria a mantenere il salto di pressione. Restituisce un numero, confrontabile con i limiti contrattuali o con i requisiti dei protocolli energetici, ma di per sé non localizza nulla: dice quanto si perde, non da dove. La combinazione con la termografia cambia il quadro. Mantenendo l’edificio in depressione, l’aria esterna richiamata attraverso i difetti raffredda localmente le superfici interne e disegna sull’immagine termica il tipico ventaglio delle infiltrazioni, che l’indagine passiva non evidenzia. Così si separano le due nature del problema: le anomalie che restano invariate fra prova passiva e depressione sono ponti termici, quelle che compaiono solo in depressione sono perdite d’aria. La prova dura mezza giornata e richiede la chiusura controllata di tutte le aperture.

Misura in opera della trasmittanza, calcolo da modello e microclima interno

Quando serve un valore difendibile della prestazione di una parete, la strada è la misura in opera con termoflussimetro secondo la ISO 9869: una piastra applicata sulla superficie interna e due sonde di temperatura registrano flusso e salto termico per un periodo continuativo, tipicamente da tre a quattordici giorni, con elaborazione a medie progressive fino alla convergenza del risultato. È il metodo più oneroso in termini di tempo e il più sensibile alle condizioni, ma l’unico che restituisce una trasmittanza reale del componente esistente, non presunta. Il calcolo da modello secondo le norme di progetto costa poco e vale come riferimento di confronto, ma dipende interamente dalla corrispondenza fra stratigrafia dichiarata e stratigrafia realizzata: è una previsione, non una prova. La misura del microclima interno, con registrazione continua di temperatura e umidità relativa, non individua difetti ma stabilisce le condizioni al contorno che rendono interpretabili tutte le altre prove e documenta il rischio di condensa nel tempo.

Come scegliere: costi, durata e valore probatorio in collaudo

Sul piano del valore probatorio la gerarchia è netta. L’immagine termografica, eseguita secondo la EN 13187 e la ISO 6781 e corredata dalla registrazione delle condizioni al contorno, dimostra l’esistenza di un’irregolarità e la sua posizione, ed è ammessa come evidenza qualitativa; senza il verbale delle condizioni perde gran parte del suo peso. Il valore di permeabilità all’aria e la trasmittanza misurata in opera sono grandezze numeriche verificabili e ripetibili, quindi le uniche opponibili quando il contenzioso verte su una prestazione contrattuale. In un collaudo ben impostato i metodi si sommano invece di escludersi: prova di pressurizzazione per il numero, termografia in depressione per la mappa dei difetti, termoflussimetro sui punti critici emersi, registrazione del microclima come cornice. Il costo cresce nello stesso ordine, e così la solidità del risultato.

Per approfondire criteri, condizioni di prova e limiti di ciascuna tecnica, consulta la pagina dedicata al Rilevamento di ponti termici e dispersioni.

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