Un rivestimento anticorrosivo può risultare integro al 99,99 per cento e non offrire, per questo, una protezione paragonabile. In presenza di un elettrolita – acqua di condensa, terreno umido, prodotto stoccato – anche un solo pinhole, un foro puntiforme nel film protettivo, mette in comunicazione il metallo con l’ambiente aggressivo. Su serbatoi e tubazioni rivestite il rischio non è proporzionale all’estensione del difetto, ma alla sua geometria.
Un difetto esteso, per quanto sgradevole a vedersi, distribuisce la corrente di corrosione su una superficie ampia e la sua evoluzione è relativamente lenta e prevedibile. Un difetto puntiforme concentra invece l’intera corrente su pochi millimetri quadrati di metallo scoperto, con una velocità di penetrazione locale che può superare di ordini di grandezza quella di una corrosione uniforme. Il risultato è una perforazione della lamiera che arriva prima che il rivestimento mostri qualunque segno esterno di degrado.
Per questo motivo il criterio di accettazione su serbatoi e impianti rivestiti è spesso zero difetti, un livello insolito nei controlli industriali dove normalmente si ragiona per soglie e tolleranze. Comprendere la fisica del meccanismo aiuta a capire perché questa scelta non è un eccesso di cautela, ma una conseguenza diretta di come funziona la corrosione localizzata.

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Un settore dove il difetto puntiforme è inaccettabile
Nell’industria chimica e in quella della costruzione di impianti, serbatoi e tubazioni rivestite lavorano spesso a contatto con liquidi aggressivi, terreno umido o atmosfere saline. In questi contesti sbagliare la valutazione di un difetto puntiforme non significa accettare un margine di rischio ragionevole, ma esporsi a una perdita di prodotto, a una contaminazione del suolo o a un fermo impianto non programmato. Il costo di un pinhole non scoperto in fase di collaudo non è quello del rifacimento del rivestimento: è quello della sostituzione della lamiera, della bonifica ambientale e, nei casi peggiori, del fermo di un intero reparto produttivo. Per questo il controllo di continuità del rivestimento è un passaggio a cui il committente non rinuncia, indipendentemente dalla pressione sui tempi di consegna del cantiere.
Dove nasce l’esigenza lungo la vita del serbatoio
L’esigenza di controllare la continuità del rivestimento non nasce a fine vita, ma già in officina o in cantiere, subito dopo l’applicazione del ciclo protettivo, quando un difetto è ancora facile da individuare e riparare a costo contenuto. Torna poi al primo esercizio, quando il serbatoio viene riempito e sottoposto per la prima volta al carico statico e chimico del prodotto stoccato. E ricompare a intervalli regolari durante la vita utile, perché urti accidentali, assestamenti strutturali e cicli termici possono generare nuovi difetti puntiformi anche su un rivestimento inizialmente integro. Ignorare uno di questi tre momenti significa lasciare una finestra aperta in cui un pinhole può evolvere indisturbato fino alla perforazione.
Perché nei serbatoi la corrosione pinhole è così localizzata e pericolosa
La fisica del fenomeno spiega perché un pinhole conti più di un’ampia zona di rivestimento assottigliato. In presenza di un elettrolita, il metallo esposto nel foro diventa anodo di una cella corrosiva la cui area catodica è invece l’intera superficie rivestita circostante, elettricamente collegata attraverso il metallo di base. Il rapporto fra area catodica e area anodica può essere di migliaia a uno, e questo squilibrio concentra sull’anodo puntiforme una densità di corrente molto elevata. Il criterio di accettazione, di conseguenza, non è una percentuale di superficie integra ma l’assenza di qualunque discontinuità rilevabile: uno strumento a bassa o alta tensione, tarato sullo spessore effettivo del rivestimento, deve segnalare zero punti di rottura del film su tutta l’area controllata, non un valore medio accettabile.
Come si organizza il controllo in azienda
Un controllo efficace richiede una copertura sistematica, non un campionamento a discrezione dell’operatore: la scansione deve interessare l’intera superficie rivestita, comprese le zone più difficili come saldature, spigoli e attacchi di supporti, dove il film è statisticamente più sottile. L’operatore deve essere qualificato all’uso dello strumento e alla lettura del difetto, con verifica periodica della sua abilità oltre che della taratura dello strumento. La periodicità dei controlli in esercizio si stabilisce in funzione dell’aggressività del prodotto stoccato e della criticità dell’impianto: più frequente per serbatoi con prodotti corrosivi o in ambienti marini, meno serrata per stoccaggi meno critici. Ogni punto controllato va registrato con la sua posizione, così che un difetto trovato in un secondo passaggio possa essere confrontato con lo storico.
Documentazione e accettazione lungo la filiera
La conformità del rivestimento va documentata in modo tracciabile lungo tutta la filiera, dal costruttore dell’impianto al gestore che lo metterà in esercizio: rapporto di ispezione con tensione applicata, esito per ogni area controllata, eventuali difetti rilevati e riparati, e nuova verifica dopo la riparazione. Riferimenti come EN 1090 e API 650 per i serbatoi di stoccaggio, NACE SP0188 per il controllo di discontinuità, UNI EN ISO 12944 per la protezione dalla corrosione mediante verniciatura, NACE SP0169 per il controllo della corrosione esterna e API 653 per l’ispezione dei serbatoi in esercizio definiscono il quadro entro cui questa documentazione va prodotta e conservata. Solo un fascicolo completo permette, in fase di collaudo o di accettazione da parte del cliente finale, di dimostrare che il criterio di zero difetti è stato effettivamente verificato e non solo dichiarato. Per approfondire gli strumenti dedicati a questo controllo si veda la pagina Rilevatori di porosità e discontinuità (holiday detector).
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